Ecco l’ultimo trucco: il «padrone» in lista

Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, rappresentante di punta del mondo imprenditoriale del Nord Est, sarà capolista del Pd in Veneto. Lo ha annunciato Walter Veltroni, con l’aria di un impresario alla Barnum che in un teatro annunci uno straordinario numero di illusionismo.
Calearo ha una storia di imprenditore e di dirigente confindustriale. Un “padrone” di quella Vicenza in cui la vitalità d’impresa è stata elemento determinante dello sviluppo. Prima dell’annuncio di ieri, il presidente di Federmeccanica non aveva avuto un buon rapporto con lo schieramento politico che Veltroni interpreta senza dirlo: il centrosinistra d’ispirazione prodiana. Calearo è stato sempre considerato un uomo di centrodestra e tale si è in più occasioni definito con quella schiettezza che in passato non gli ha fatto difetto. Ha firmato, sì, il contratto dei metalmeccanici, ma per mesi è stato la bestia nera dei sindacati e dei ministri di sinistra che premevano – e marciavano e manifestavano in piazza - perché l’intesa venisse rapidamente siglata. La sua colpa? Sosteneva che la piattaforma delle rivendicazioni avrebbe messo in ginocchio le piccole e medie imprese. Acqua passata, vicenda archiviata, come quella dello sciopero fiscale evocato da Bossi. Eravamo in agosto, Walter Veltroni non aveva ancora pubblicamente scoperto l’insostenibile pesantezza delle tasse nel nostro Paese, il Senatùr propose lo sciopero anti-Visco e Calearo commentò: «Sarebbe uno choc, ma a mali estremi, estremi rimedi». Usò, in quell’occasione, la similitudine del mulo-contribuente, che si può caricare di some, ma che è consigliabile non accoppare, per meri motivi d’utilità. L’esponente di Confindustria è riuscito sempre a far discutere, pencolando a destra con la forza degli argomenti. Ed era sempre lui a fare gli onori di casa, a Vicenza, quando Berlusconi fece emergere i maldipancia degli imprenditori. E tuttavia il nuovismo finto di Veltroni rende possibili i colpi di teatro, i mimetismi estremi. Sono gli animali politici che si sentono minacciati a simulare un’identità fittizia, irreale, sperando in tal modo di sfuggire alle insidie della competizione. Non è Calearo che deve spiegare perché si candida col Pd, ma è il segretario di questo partito che deve dire fino a quando abuserà della presunta credulità degli italiani.
Sia chiaro, i problemi di Veltroni li conosciamo tutti. Dopo essere stato organico e funzionale a Prodi, sin dalla seconda metà degli anni Novanta, oggi avverte l’impellente necessità di rimuoverlo dall’immaginario politico del Paese e di mostrare, quasi per magia, un inesistente Pd che, pur essendo creatura del Professore, lo rinnega nelle facce che presenta e negli slogan che urla. Ha il difficile compito di vendere l’eterno centrosinistra statalista, dirigista e tassaiolo spacciandolo per un riformismo a metà fra il Wisconsin e la città del Sole. Veltroni è abile, ha quasi quarant’anni di politica politicante alle spalle, ha una sicura esperienza dell’effimero – pensate a Roma – ma non si può eccedere in disinvoltura. Cerca di presentare un partito che abbia la capacità di certi armadi, in cui si possono sistemare i capi estivi e quelli invernali. La lotta di classe e la visione imprenditoriale, i figli di nessuno e i «figli di», gli operai della Thyssen e i confindustriali in servizio permanente effettivo.
Ogni illusionismo contiene trucco e inganno. Veltroni può provarci a presentare un contenitore multicolore in cui i lupi e gli agnelli soavemente discutano dei vezzi riformisti e delle infinite possibilità del “maanchismo”, l’ultimo ritrovato dell’inconcludenza progettuale. E prova certa della confusione del linguaggio, che è il primo mezzo che gli dei usano per perdere gli incapaci.
Tutto questo tramestio è soltanto un espediente per acchiappare voti, ammesso che gli elettori bevano. Un azzardo suggerito da un marketing estremo, i cui costi sarebbero pagati nel caso – improbabile – che il Pd non perdesse. Per le contraddizioni insanabili che si sono già preparati nel multiforme partito del “ma anche”, del tutto e del niente. Veltroni crede di essere furbo, ma punta già a un Prodi-bis, con mestieranti di radioso passato e moderati presi in ostaggio come convitati di pietra.
Salvatore Scarpino