Ecco come l’Unione trascura la famiglia

Roma - La famiglia italiana media - padre, madre, un figlio - dà allo Stato oltre mille euro l’anno in più di quanti ne riceve. Né può essere diversamente, visto che nella classifica europea della spesa pubblica a favore delle famiglie, in rapporto al prodotto interno lordo, l’Italia versa agli ultimissimi posti: ventiquattresima su ventotto Paesi, con una spesa dell’1,1% del pil contro una media, calcolata dall’Eurostat, del 2,1%. Peggio di noi le cattolicissime Spagna e Polonia e le piccolissime Malta e Lituania. Un posto davanti all’Italia, nelle retrovie, un’altra nazione cattolica: il Portogallo. Nei Paesi in cui di famiglia si parla molto, si agisce poco dal punto di vista dell’assistenza e della fiscalità.
I conti in rosso. La contabilità annuale della famiglia media italiana chiude dunque in passivo. I calcoli del Sole 24 Ore parlano di un saldo negativo pari a circa 1.100 euro l’anno, poco meno di cento euro al mese. Il complesso della tassazione porta un nucleo familiare di tre persone, con figlio in età scolare, a versare - fra Irpef statale, addizionali regionale e comunale, Ici e Tarsu - 11.632 euro all’erario. Per la stessa famiglia media, lo Stato spende 10.551 euro fra scuola, ricette e spese mediche, servizi sociali regionali e comunali, assegno al nucleo familiare e sconto sulla ristrutturazione della casa. Il calcolo è presto fatto, siamo quasi a 1.100 euro di differenza a sfavore della famiglia. Ma attenzione: dai conti è stata esclusa l’Iva che si paga su ogni acquisto di beni o servizi, l’accisa sulla benzina e il bollo auto, ed anche i farmaci da automedicazione che vengono acquistati direttamente in farmacia, senza rimborso. Dalla parte dello Stato, al contrario, non viene considerata la differenza fra contributi previdenziali versati e pensione percepita.
Spezzatino in Finanziaria. Nell’ultima Finanziaria (la prima del governo Prodi-bis) gli interventi per la famiglia sono stati suddivisi in mille rivoli, annacquandone così l’efficacia: le deduzioni per coniuge e figli a carico sono state trasformate in detrazioni d’imposta da 800 euro, ma diminuiscono all’aumento del reddito, fino a sparire del tutto a quota 80 mila euro di reddito. Il Fondo nazionale politiche per la famiglia è stato dotato di altri 210 milioni per il 2007 e 180 milioni per il biennio successivo. Il Fondo per i non autosufficienti è stato dotato di 100 milioni. Altri 100 milioni finanziano un piano per i servizi alla prima infanzia. D’altra parte, la stessa Finanziaria ha aumentato i ticket sanitari, che però il Parlamento sta cancellando.
Il quoziente familiare. Il vero nodo della questione è la tassazione del nucleo familiare. Oggi, detrazioni a parte, un capofamiglia lavoratore con coniuge e quattro figli a carico è tassato esattamente come un single. Il quoziente familiare, proposto dal centrodestra nell’ultima campagna elettorale (e che comincia a far breccia nei settori moderati del centrosinistra, a cominciare dall’Udeur di Clemente Mastella), prevede una suddivisione del reddito del capofamiglia fra i componenti del nucleo, come avviene in Francia. La sinistra è contraria a questa ipotesi non solo per un motivo di costi (secondo il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco, costerebbe 9 miliardi di euro di minori entrate l’anno, quasi l’intero tesoretto), ma anche di equità: il quoziente ridurrebbe la progressività dell’imposta sul reddito - favorendo i nuclei familiari con reddito medio e alto - e frenerebbe l’occupazione femminile. Secondo gli economisti Tito Boeri e Daniela Del Boca (www.lavoce.info), è invece necessario spezzare il circolo vizioso «bassa partecipazione al lavoro-bassa fertilità», aiutando le mamme a reinserirsi nel mondo del lavoro.