Ecco l'effetto Maroni Dopo i controlli la grande fuga dei rom

Quasi ultimati i censimenti negli insediamenti delle grandi città: a Roma e Milano 5mila nomadi in men. Qualcuno ha cercato rifugio in province più "tranquille"ma molti sono tornati in patria. Il ministro dell'INterno: "Stiamo vincendo la sfida della legalità"

Milano - Come sono arrivati i controlli, se ne sono andati loro. Ad oggi, almeno 10mila rom mancano all’appello tra Roma, Napoli e Milano. È il primo effetto del censimento voluto dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, all’interno dei campi nomadi sparsi lungo la Penisola. Oltre 700 gli insediamenti abusivi da passare al setaccio con l’obiettivo di identificare la popolazione presente. La scadenza prevista per l’operazione, nei tre comuni capoluoghi in cui i prefetti sono stati nominati commissari straordinari per l’emergenza, è fissata al 15 ottobre prossimo, ma già ora si ricavano alcuni risultati importanti. «Stiamo vincendo la sfida della sicurezza. E i rimpatri sono aumentati del 50% in tre mesi», assicura Maroni.

A cominciare dalla Capitale. Su 70 campi visitati da forze dell’ordine e operatori sociali, 50 risultano non autorizzati, compreso l’indirizzo di Casilino 900, famosa come la più grande baraccopoli d’Europa arrivata a ospitare circa 600 inquilini. Riferisce il presidente della Croce Rossa romana Fernando Capuano: «Le stime forniteci a giungo dal Comune indicavano 12mila persone sul territorio: sono conti che bisognerà aggiornare al ribasso. Infatti, finora ne abbiamo censite poco più di 2mila e prevediamo che alla fine la cifra reale non supererà le 7mila unità». Tradotto, 5mila rom in meno nella sola città di Roma dalla firma dell’ordinanza di protezione civile firmata dal Viminale il 30 maggio scorso; ancora più breve l’intervallo di tempo se si prendono in considerazione le linee guida per l’attuazione, diramate a fine luglio.

A Milano il quadro è ormai definitivo. Palazzo Marino ha concluso il censimento all’interno delle 12 aree riconosciute dal Comune: 1.180 i nomadi identificati, quasi la metà hanno la cittadinanza italiana, 413 sono i romeni, seguiti da kosovari (84), macedoni (70) e bosniaci (32). Nel 2007 i vigili riscontrarono nelle stesse roulotte la presenza di circa duecento persone in meno. Ma è la geografia degli insediamenti abusivi quella che è cambiata maggiormente nelle ultime settimane. Si partiva da un centinaio di campi irregolari per un totale di 10mila nomadi nella metropoli; dopo 80 sgomberi e 350 allontanamenti da pubbliche vie messi in atto dalla polizia locale, la stima della popolazione rom milanese oggi non supererebbe le 5mila unità. La metà esatta, dunque, rispetto a quella che circolava fino a ieri. Riassume il vicesindaco con delega alla Sicurezza, Riccardo De Corato: «A Milano si apprezzano i frutti di un lavoro costante di Prefettura, Questura e polizia municipale anche grazie ai nuovi strumenti legislativi messi a disposizione dal ministero dell’Interno».

A Napoli, invece, ci sarebbero circa 4.500 nomadi in una ventina di campi nella provincia, un migliaio al di sotto dei 5.500 stimati prima dell’avvio del censimento. Duemilacinquecento gli abitanti solo dei tre mega insediamenti di Secondigliano, Scampia e Giugliano. La missione di ricognizione promossa dall’Ufficio immigrazione della Prefettura partenopea con la collaborazione della Croce Rossa, dell’Opera Nomadi e del Tribunale dei minori ha coperto finora otto siti.

Su dove si trovino adesso i nomadi non rintracciati nelle tre città da cui è partita l’identificazione il dibattito è aperto. Secondo le associazioni che operano nell’assistenza ai rom, questi si sarebbero semplicemente spostati fuori dai gradi centri, dove i controlli sono meno stringenti, giungendo nelle regioni per il momento non interessate dal decreto Maroni. È quanto sarebbe successo in province come Brescia, Pavia, Padova, Genova e Reggio Emilia, che già ospitavano nei loro confini comunità molto numerose. Ma è lo stesso terzo settore a riconoscere l’impatto deterrente avuto dalle misure di pubblica sicurezza varate dal ministero. Il ragionamento è quasi banale: «Per chi vive di espedienti non è più possibile vivere all’ombra dei campi nomadi italiani». L’alternativa resta una sola: tornarsene in patria.