Ecco il libro choc che Larsson voleva scrivere

«Me lo hai rubato, stavo per scriverlo io. Ma non importa è un buon libro». Così Stieg Larsson commentò all’amico Gellert Tamas le sensazioni da lui provate leggendo le terribili vicende del serial killer John Ausonius trasposte sulla pagina dal collega giornalista in L’uomo laser nel 2002. E Larsson confessò ulteriormente a Tamas che se non fosse stato già da tempo impegnato nella stesura di un progetto complesso come quello della Millennium Trilogy «il caso dell’Uomo Laser» sarebbe stato oggetto di una sua inchiesta o di un suo romanzo. Non è quindi casuale che proprio in Uomini che odiano le donne il giornalista Mikael Blomkvist abbia fra le letture da comodino una copia dell’Uomo laser, da cui sono stati tratti con successo prima un documentario e poi una fiction televisiva svedese.
Finalmente quello straordinario reportage-romanzo viene edito anche in Italia da Iperborea (L’uomo laser. C’era una volta la Svezia, pagg. 498, euro 19,50. traduzione di Renato Zatti). Un libro scritto con la forza della grande inchiesta che mostra come i movimenti neonazisti furono radicati nella Svezia degli anni ’90 e come la loro ascesa politica e sociale fu in parte legata alla profonda crisi economica e d’identità patita dal Paese in quel periodo. Protagonista esemplare degli eventi narrati e di un anno di terrore che sconvolse Stoccolma fu il serial killer John Ausonius che sparò, prima che la polizia riuscisse a individuarlo, con un fucile dotato di un mirino laser a ben undici persone, tutte di origine extracomunitaria, fra l’agosto ’91 e il gennaio ’92. Un caso che sconvolse la nazione e, una volta individuata l’identità del killer, divise l’opinione pubblica fra chi lo considerava un pazzo assassino e chi invece vedeva in lui una sorta di eroe, interprete delle teorie predicate dalla cosiddetta Resistenza Ariana Bianca.
Per raccontare chi fosse realmente John Ausonius, ma anche chi fossero le sue vittime, il giornalista Gellert Tamas sceglie di narrare il passato dell’uno e degli altri intercalando gli eventi storici con un ritmo da thriller degno dei migliori romanzi di Frederick Forsyth. E per entrare nella testa del criminale l’autore sceglie di scandire la narrazione con nove capitoli in corsivo che riportano il testo dei racconti in prima persona fatti da Ausonius allo stesso Tamas: i suoi deliri, il suo spaesamento, le sue sensazioni di onnipotenza sulle vittime.
Ed è sconvolgente seguire il flusso degli eventi narrati, partendo dalle origini della famiglia del killer, in Westfalia, e passando per la sua infanzia, gli amici, l’esperienza nella scuola privata, la sua prima rivolta e la fuga dal mondo e poi il vuoto, i demoni, il caos, la violenza, la vendetta e la definitiva caduta libera. Una vita «nera», quella di John Ausonius che fa il proiezionista in un cinema porno, il tassista, lo speculatore di Borsa, ma anche il barbone, il giocatore d’azzardo incallito e persino il rapinatore di banche, prima di diventare un killer armato di fucile. Dapprima persona comune, John Ausonius diventa uno straordinario dittatore degli eventi che lo investono, un uomo della folla che cavalca la pazzia fino in fondo, rendendola razionalità per se stesso.
Come acutamente sottolinea Goffredo Fofi nella postfazione all’edizione italiana, la storia di Ausonius «è quella di un bambino male amato, di un adolescente mal seguito, di un giovane disturbato di cui la burocrazia del suo paese si è occupata molto superficialmente e di cui non ha saputo intuire, per trascuratezza, nonostante l’evidenza, il disagio sofferto e la pericolosità che ne consegue. La sua storia è quella di un bambino svedese che il color nero dei capelli e l’origine tedesca, rimarcati con ostilità dai suoi biondi coetanei, rendono intimamente fragile. E rivendicativo. E pronto a scaricare su altri “diversi” la sua pena, fino a concepire l’odio nei confronti degli immigrati e farne la sua ragione di vita».
Gellert Tamas non commenta in alcun modo i fatti che racconta nel suo libro, li mostra in maniera cruda sottolineando però come non ci sia stato nessun pentimento da parte di Ausonius, il quale, anzi, una volta in carcere malmenò selvaggiamente più di una volta i propri avvocati difensori e cercò anche una disperata fuga prendendo in ostaggio con un coltello uno dei secondini della prigione. Il quadro che emerge è quello di una Svezia il cui regime democratico ha fallito gravemente nei propri tentativi di educare i cittadini. Un concetto, questo, che noiristi come Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Henning Mankell, Olle Lonnaeus e Stieg Larsson hanno marcatamente delineato nelle proprie opere, mettendo in luce una generazione di «uomini che odiano la Svezia».