Ecco la mappa genovese della cultura senza kappa

(...) certo può contare su cospicui finanziamenti statali, ma altrettanto certamente è ben rodata ed è in grado di garantire livelli di eccellenza nel suo settore. Poi, se devo dare un giudizio personale, preferisco di gran lunga l’abilità di disegnare stagioni di Repetti, uomo di indubbie capacità, alle qualità registiche di Marco Sciaccaluga. Ma, per l’appunto, qui andiamo sui gusti. E i gusti sono quanto di più soggettivo e di meno oggettivo esistente in natura, per definizione.
Poi, si potrebbe dire della capacità di Savina Scerni e del suo team di lavoro di costruire stagioni al Politeama senza gravare sui conti pubblici ed essendo il teatro più frequentato di Genova. Chapeau.
E tanto di cappello anche a Vincenzo Spera che - pure lui spesso senza ombrelli di alcun tipo da parte delle amministrazioni pubbliche contro le intemperie del rischio di impresa - riesce ad assicurare a Genova una stagione di musica leggera di livello pesantissimo. Il concerto acustico di Francesco De Gregori è qualcosa che resterà nella storia del Carlo Felice, sicuramente più della stragrande maggioranza delle opere rappresentate da vent’anni a questa parte. E anche molti degli appuntamenti al Vaillant Palace sono di assoluta qualità, capaci di abbinare il pienone di pubblico e il valore artistico. È una bestemmia dire che un buon concerto di musica pop è un fatto di cultura? È una bestemmia dire che, spesso, è meglio di tanta cultura alta, sedicente tale, che resta solo sedicente? L’avevano capito bene il presidente della Provincia Alessandro Repetto che a lungo è stato l’unico a credere in questo concetto e in questo progetto e l’ex consulente del sindaco Marta Vincenzi Stefano Francesca che - al netto del giudizio su Mensopoli, tutt’altro che scontato, non siamo un tribunale del popolo, lasciamo volentieri il compito ad altri giornali - rimane colui che ha portato la più grande ventata di novità nella lettura dell’immagine della città. Forse, l’unico vero segno di discontinuità vincenziano.
Basta? Non basta. La Fondazione Garrone, voluta da patron Duccio e ora guidata da Paolo Corradi, è l’esempio di come si possa davvero fare mecenatismo. Anche a Genova e anche oggi. Due casi su tutti: archiviate iniziative troppo per iniziati come le lezioni sulla Costituzione, i «lunedì Feg», con la presentazione di passioni, letture e storie di personaggi al teatro Modena e, soprattutto, le lezioni di storia di Genova organizzate con la Laterza e il Comune a Palazzo Ducale. Le migliaia di persone in coda sono la miglior risposta ai dubbi sull’iniziativa.
La kultura con la kappa, come abbiamo raccontato più volte da queste colonne, è sparita anche da mondi storicamente di sinistra. E se abbiamo dato un piccolo contributo, ne siamo orgogliosi. Penso, ovviamente, alla Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale, che si sta configurando ogni giorno di più come la vera casa della cultura. Luca Borzani ha la grande capacità di abbinare qualità e conti in ordine. Ed è riuscito ad uscire dalla logica dei compagnucci della parrocchietta e dei soliti noti, coinvolgendo voci e storie diverse. Perchè no? Anche quelle che nascono e che si muovono attorno a questo Giornale, quelli che solo pochi anni fa erano considerati appestati della cultura. E anche il 2010 promette di continuare su questa (buona) strada: iniziative come la storia in piazza per i ragazzi coinvolgeranno anche storici di idee diverse da quelle più politicamente corrette e giornate come quella sull’Apocalisse conteranno su interventi di assoluto livello come quelli di Gianfranco Ravasi e Gianmaria Vian, direttore dell’Osservatore Romano. Poi, certo, gli incontri con i comici si preannunciano monoculturali. Ma qui non il direttore dell’Osservatore, ma nemmeno il Papa in persona avrebbe fatto il miracolo.
Altra cultura, altra kappa che non c’è. Il teatro dell’Archivolto di Pina Rando e Giorgio Gallione, ha dimostrato di uscire dal solito schema per cui vanno in scena solo i compagnucci della parrocchietta. Certo, le idee maggioritarie restano di sinistra. Certo, Ascanio Celestini ha perso un po’ del tocco poetico di quando era un po’ meno politico. Certo, Ulderico Pesce per me è più adatto ai comizi che ai palcoscenici. Ma l’intero cartellone - e soprattutto le produzioni di casa Archivolto - vanno in tutt’altra direzione. Penso, ad esempio, all’enorme lavoro che stanno facendo su Giorgio Gaber. All’Archivolto, fra l’altro, vincono i biglietti d’oro per il record di spettatori e svolgono una insostituibile funzione sociale, facendo teatro in via Buranello, non a de Ferrari. Insomma, di kappa nemmeno l’ombra.
E allora dove sta la kultura con la kappa? Forse, solo nella «città dei diritti» che piace tanto a Tursi. Così tanto che Nando Dalla Chiesa, uscito dalla porta, viene fatto rientrare dalla finestra. Ce n’era davvero bisogno?