Ecco Margherita, l’ultima «figlia» di Stefano Benni

Fiocco rosa nella galleria di personaggi zampillati dalla briosa penna di Stefano Benni. Appena nata ha già quindici anni, si chiama Margherita Dolcevita (Feltrinelli, pagg. 204, euro 14) e dopo le prime pagine finisce subito nei guai. In casa tutto filerebbe liscio: il papà, un mite pensionato calvo, ripara vecchie biciclette; la mamma, sciupata «come una bustina usata di tè», raccoglie i punti premio dalle confezioni; il fratello maggiore è un ultras (capita anche nelle migliori famiglie...) e il minore è innamorato della sua prof di matematica, che però, purtroppo, ama i bambini muscolosi mentre lui tende irrimediabilmente al gracile. Su tutti spicca il nonno: tanto spaventato dai veleni assunti attraverso aria ed acqua inquinate da decidere di punto in bianco di «mitridatizzare», cioè di ingerire volontariamente dosi via via più pesanti di detersivi, scorie nocive ed altre tossine allo scopo di immunizzarsi. Quanto a Margherita, oltre ad essere sarcastica e sovrappeso, va a scuola dove ammazza il tempo stilando innumerevoli incipit di romanzo dominati da una figura ricorrente, un cavaliere von Opferdelingen che forse fa il verso a Novalis e forse no. È anche poetessa di grido: «Mi chiamo Margherita/peso meno in mutande che vestita...». Tuttavia, come accade nelle fiabe, tutt’a un tratto appare il lupo, anzi il cubo. Una famiglia che trasuda lusso nonché doppiezza, e che tutti immaginerebbero cascare a fagiolo in uno di quei quartieri residenziali dove regna il cancello automatico, il dobermann assassino e la telecamera a circuito chiuso, decide di costruirsi la villa in una zona periferica, al limite tra la città e la campagna. Si chiamano Del Bene: e va da sé che sono loro a stabilire quale sia il bene e quale il male. Se poi gli altri non stanno al gioco, e respingono al mittente la scala di valori che si vorrebbe loro imporre, non è perché la pensino diversamente: è perché sono malvagi. Una sera dalla finestra Margherita assiste desolata all’abbattimento del pioppo e all’erezione di un edificio sinistro: un cubo rivestito di uno speciale vetro nero antisfondamento, il Vetemprax, «una resina antiproiettile della Nasa». I nuovi vicini di casa odiano la polvere e gli insetti: appena giunti istallano un mostruoso sistema di condizionamento dell’aria, poi spargono sul prato un veleno che pone fine al canto dei grilli e a qualsiasi altro ronzio, frullo o frinire. Dopodiché parte la colonizzazione culturale dei dirimpettai: Fausto, il padre di Margherita, spinto a bagnarsi il capo con una lozione anticalvizie; la madre, cortesemente invitata a scendere a patti col botulino; il fratello maggiore, costretto a rinnegare la fede calcistica; ultimo a cedere il minore, distratto dalla lotta con la blandizia di un videogame. Finché il nonno, poco prima di essere (fortuitamente?) investito da un’automobile, darà l’allarme: «Non mi piace quella casa senza finestre, loro ci vedono e noi non li vediamo. Vogliono trasformarci, renderci uguali a loro. Per rubarci l’anima, la musica, i risparmi. Sono vampiri. Non si fermeranno davanti a niente. Perché sono fatti di niente. Numeri. Il loro cuore batte scontrini. Moloch!». Quasi quasi, e senza togliere nulla alla simpatia che ispirano le pagine di Benni, sembra di essere finiti in un film di fantascienza degli anni ’60. Quelli in cui gli americani esorcizzavano la paura del comunismo trasformando i russi in extraterrestri privi di sentimenti. Non è rubato all’aborrita paranoia yankee, l’intreccio di Margherita Dolcevita? Ad una maccartista invasione degli ultracorpi?