Ecco Massimo Priviero, il Don Chisciotte del rock italiano

Esce "Rolling live" registrato in concerto a Milano. "Perché non riempio
stadi? Inseguo un’unica passione: sposare rock e poesia"

Occorre coraggio, faccia tosta, cuore e convinzione per fare il rock. Se ci aggiungi che sei nato nel Veneto bianco e lavoratore, risparmioso e «fatto da sé», fare il rocker sarà difficile come scalare una montagna. Se poi vedi che gli altri partiti con te, ad esempio l’emiliano Ligabue, riempiono gli stadi, allora devi armarti anche di colossali dosi di speranza. Per farla breve: occorre un sogno romantico, per fare rock in Italia, per correre contro i mulini a vento. Il Don Chisciotte del rock italiano si chiama Massimo Priviero, fresco artefice di un Rolling live (doppio cd live più dvd dello stesso concerto) che racconta la vita vista da chi continua a vivere la vita come frontiera, come ricerca, come palcoscenico da attraversare con chitarre e melodie. Nato in quella striscia di spiaggia e umanità italo-tedesca che si chiama Jesolo, classe 1962, Massimo ha puntato su Milano da giovanotto, senza sciabola cavalleresca, ma con una laurea in storia contemporanea e una chitarra in mano.

«Era la fine degli anni Ottanta», confessa «e avevo capito che volevo vivere di rock e non solo cantare le mie canzoni nei pub per gli amici. Cosa mi ha convinto a tentare il tutto per tutto? Sentire Born to run di Springsteen: lì mi si è accesa la lampadina e non si è più spenta». Era l’88 e Massimo, trapiantato tra la Madunina e i Navigli, esordiva con San Valentino, seguito da uno dei più bei dischi di sempre per il rock italiano, quel Nessuna resa mai che fu prodotto da Little Steven, chitarrista fidato del Boss. Passione e melodie convincenti, parole mai retorico-ideologiche o sprecate e ritornelli da memorizzare, chitarre e tastiere per anime che volevano correre: l’Italia scopriva di avere un rocker verace nel cassetto. Ma poi, chissà per quali casi della vita, il successo s’azzoppa e, mentre altri scalavano le classifiche, Massimo restava a velocità ridotta. Come mai? «Mille possono essere i motivi», risponde Priviero, «ma forse il continuare a inseguire il sogno di sposare rock e poesia, non sempre ti fa centrare il successo più vasto. Se scrivo di un amore, se mi rivolgo a mio figlio adolescente, se penso al temperamento che un uomo può avere di fronte alla vita, il tutto cerco di esprimerlo in un binomio di poesia e musica ad alto tasso di emozione ed energia. E se poi vedo tanti colleghi che pur di mantenere il proprio mercato scrivono e cantano sempre la stessa canzone, beh, allora capisco che può essere difficile continuare a camminare...». Certo, ma a un rocker purosangue non mancano gli stadi, la dimensione «oceanica» che incorona le star e le consegna alla leggenda? «Credo che la vittoria di un musicista sia vivere delle proprie canzoni e questo - fortunatamente - mi riesce benissimo. Dopodiché i miei trenta o quaranta concerti all’anno non me li toglie nessuno. E quando vado sul palco tento sempre di dare ogni grammo di energia a chi ho davanti». E, come in Rolling live (registrato al Rolling Stone di Milano) il pubblico canta dalla prima all’ultima parola le sue canzoni. Canzoni di resistenza umana, le chiama lui, personaggio atipico che vive di famiglia, musica e pochi ideali certi («tra questi anche il cristianesimo, che ti trasforma giorno per giorno»). Nei suoi concerti Priviero si permette anche di cantare canzoni acustiche come La strada del davai, una ballad dedicata agli alpini scannati sulla strada del ritorno dalla campagna di Russia. Un bell’azzardo, Priviero. Sicuro di voler continuare su questa strada? «È l’unica che so percorrere».