Ecco la McLaren che vuole fare la Ferrari

nostro inviato a Woking

Ron, perché qui a Woking non c’è uno solo dei mille dipendenti che non lo chiami così, Ron si è preso una doppia rivincita. Ha scelto il giorno più bello, quello della presentazione della nuova McLaren, per annunciare al mondo che lascerà la formula uno, e perdipiù l’ha fatto usando poche, semplici, parole. «Signore e signori – ha detto -, dal primo marzo non sarò più il team principal, il comando passerà a Martin Whitmarsh, già al mio fianco da cinque anni... È giunto il suo momento per prendere le redini della squadra. È una mia decisione al cento per cento». Punto.
Doppia rivincita perché dopo la spy story con la Ferrari tutti ritenevano che Ron Dennis avrebbe lasciato a inizio 2008 tatuato con il marchio triste della nota vicenda; doppia rivincita perché la frase usata per l’annuncio non è durata più di trenta secondi, ovvero un record mondiale per un uomo che Oltremanica è anche famoso per il celebre «Ron speaking». Trattasi - si legge su riviste e siti – di una tecnica di dialogo per dire cose semplici in modo lungo e complicato. E invece, «signore e signori, me ne vado» ha detto senza giri di parole poco dopo aver spaventato la Ferrari perché «la nostra nuova F1, la Mp4-24, è già molto sviluppata, ci sentiamo forti, ne abbiamo costruiti due modelli, siamo avanti e l’obiettivo è vincere subito a Melbourne».
Ma che non si dica o si pensi che Ron lascia da trombato perché la Mercedes ne voleva la testa o perché la spy story è comunque un fatto che pesa o perché la rava e la fava. Non è vero niente. McLaren e Mercedes sono come due piccioncini e vanno d’amore e d’accordo. Quindici per cento delle azioni del McLaren Group sono in mano a Ron, quindici al suo amico fraterno Mansour Ojjeh, trenta alla famiglia regnante del Bahrein e quaranta alla casa di Stoccarda. Ma chi è il decision maker del consiglio d’amministrazione, insomma colui che decide a chi si possono cedere le azioni? Ovvio, Ron. Per cui mai, senza il suo benestare, Ojjeh e il Bahrein potranno cedere quote alla Mercedes. La verità è che Ron lascia la F1, «a qualche Gran premio comunque andrò», perché la società «richiede tutte le mie energie, dovrò lavorare ancora più duramente perché devo concentrarmi su altri aspetti del gruppo McLaren, ci stiamo diversificando... Non è certo un pensionamento, ma l’esatto contrario». E infatti intensifica l’impegno in qualità di amministratore delegato e presidente.
Quanta la strada fatta da quando, giovane meccanico, spingeva le macchine nel box della Cooper. Perché il «Ron speaking» è anche figlio di questa sua esagerata voglia di emergere e affrancarsi dagli umili natali. A sedici anni era infatti apprendista meccanico presso un garage qui in zona, a Weybridge, il «Thomson and Taylor», due anni dopo passava alla Cooper company, a 19 esordiva in un box di F1, a 24 fondava un piccolo team nelle serie minori, la Rondel, a 30 anni era il re dei meccanici. La svolta arriverà però nel 1980 quando la Marlboro, delusa per le scarse prestazioni della McLaren di cui era storico sponsor, lo inviterà a prendere le redini del team inglese. Team che scalerà, che comprerà, che farà diventare un gruppo con attività diversificate. «Perché il progetto di produrre auto di serie continua, ci sto lavorando», ha ripetuto anche ieri. Macché passo indietro, è un passo avanti. Ron vuole diventare il Montezemolo d’Inghilterra. Ma che nessuno dica che copia la Ferrari. Da queste parti la battuta non piace.