«Ecco la mia via crucis per vendere la pizza»

da Milano

Hanno fatto il solletico alla burocrazia e ne parlano come se l’avessero stecchita. Intendiamoci, anni di zavorra non si possono spostare in un amen, e bisognava pur cominciare da qualche parte, ma spacciare un petardo per una bomba è operazione che sa di propaganda. Perché il moloch da abbattere ha la forza di una piovra: provate ad aprire un’attività, una pizzeria d’asporto per esempio, e scoprirete tentacoli che la liberalizzazione prodiana non ha tagliato. Come ha fatto Luigi Furini, 53 anni e giornalista, che l’anno scorso provò a cambiare vita. Lo racconta in Volevo solo vendere la pizza (Garzanti, euro 14, prefazione di Marco Travaglio): di sinistra, con un passato nel sindacato, Furini ha sbattuto contro un avversario più forte di lui. Ha lottato, speso centomila euro, ma perso per ko tecnico.
Due conti con l’amico collega, la Borsa che fa troppa paura, la voglia di provare la terza via. «Ma quanto vuoi che l’abbiano pagata la farina? E il pomodoro? E la mozzarella?»: così, al tavolo di una pizzeria, nacque l’idea. «Domani vado alla camera di commercio e mi informo»: come finire nelle sabbie mobili.
Subito un bivio. La scelta del settore cui iscriversi: commercio, artigianato o industria. Per il primo bisogna aver esercitato la professione da almeno due anni: in cambio si accede all’elenco «preposti alle vendite». Senza questa targa non si va da nessuna parte: «Ma io non ho esperienze precedenti», dice Furini all’impiegata. Per iscriversi agli artigiani bisogna che il titolare presti materialmente l’opera nell’impresa. Opzione scartata perché Furini vuole continuare a fare il giornalista. Resta l’elenco degli industriali, ma qui le tasse sono più alte. «Allora torno agli artigiani». Risposta della camera di commercio: «Così non potrà vendere la Coca Cola L’artigiano può vendere solo quello che produce, lei produce Coca Cola?» si sente chiedere l’aspirante «pizzaiolo». Insomma, siamo ai paradossi, roba da Comma 22.
Poi i corsi. Antincendio (90 euro), pronto soccorso (250), legge 626 e l’Haccp (Hazard analysis and critical control points). Acronimo terrificante introdotto nel ’97 per l’autocontrollo sulle fasi critiche per la sicurezza degli alimenti. Ossia, «come tenere distanti i detersivi dalla mozzarella, il Vetril dai pomodori». Tempo e soldi (più Iva, ovviamente). E la prima fetta di pizza ancora lì da impastare. Mille euro per «il documento di valutazione dei rischi» rilasciato dallo stesso medico che gestisce i corsi senza i quali l’attività non parte. E i guanti che nei documenti ufficiali si chiamano Dpi, dispositivi di protezione individuale. Burocrazia verbale: un veleno ugualmente letale.
Si avvicina l’apertura per la pizzeria Tango, trenta metri quadri, mica una piazza d’armi, ma per Furini le curve a gomito non finiscono qui. Documenti e domande si accastano, cento bolli da 14 euro l’uno, ma finalmente si parte. Assunzioni a tempo indeterminato e part-time, tutto in regola. L’avvio è buono, Tango incassa fino a 700 euro al giorno. La pizzaiola si mette in malattia per gravidanza a rischio e finisce per aprire un altro locale. A casa porta due stipendi, ma Inps, sindacati e ispettorato del lavoro non battono ciglio. Le mani del neo-imprenditore sono legate, cambiano i dipendenti, mai più di cinque, e aumentano le vertenze. Furini rischia il collasso e decide di mollare. A chi? Ai cinesi. Quando un funzionario gli stacca il «misuratore fiscale», la cassa, sembra finita. Invece. Il commercialista lo chiama: «C’è da pagare l’Inail per tutto l’anno anche sei hai smesso prima, ci sono le imposte e l’Iva sulla merce venduta al nuovo acquirente. Totale: 4500 euro». È l’ultimo sberleffo del sistema.