«Ecco la mia Gomorra»

Detesta essere «popolare», ma ormai tutti sanno che il più grande successo italiano dei nostri giorni, Gomorra di Roberto Saviano, non sarebbe mai nato senza i suoi dossier. Così, dopo 28 anni trascorsi a rischiare tutti i giorni una vita ormai sotto scorta rinforzata, Napoli ha deciso di premiarla e la cronista del Mattino Rosaria Capacchione ha ricevuto il Premio Napoli Speciale della Giuria come «eccellenza nascosta». E a novembre uscirà il suo primo libro, L’oro della camorra (Rizzoli).
Dobbiamo aspettarci un nuovo «Gomorra»?
«Nel libro ci sono quindici anni di lavoro. Una rilettura dell’impianto economico delle attività del clan dei Casalesi attraverso inchieste, processi in corso e sentenze. Più alcune cosettine che ho trovato io, dettagli per addetti ai lavori... ».
Tutto questo fervore editoriale e l’interesse dei media per la camorra è merito di Saviano?
«Un effetto così dirompente i libri sulla camorra non l’avevano mai avuto. Erano saggi per un mercato di nicchia. Gomorra è stato per la camorra quello che La Piovra è stato per la mafia. L’ha resa comprensibile».
Come dire che non ha scoperto niente.
«Qua nessuno inventa nulla. Né i giornalisti, né gli scrittori o i saggisti. Si interviene su cose che sono accadute o sono contenute in una sentenza che nessuno conosce perché le notizie seguono ormai ondate di moda».
Ma allora perché il clan ha così paura di lei e di Saviano e vi minaccia?
«Perché la capacità e quantità di conoscenza ti porta ad anticipare la finalità di un atto di violenza che sembra brutale, casuale ma che noi riusciamo a contestualizzare».
È il ritorno dell’impegno civile, di giornalismo e letteratura come missione?
«L’unica missione è quella insita nel concetto di verità. Se racconti cose vere dài fastidio».
Eppure rischia. Chi glielo fa fare?
«La passione e il fatto che so fare il mio lavoro solo così. Se poi ci sono persone che si innervosiscono, non so che farci. Per il resto vivo di stipendio e ora ho pure il fastidio della notorietà».
Sempre colpa dell’effetto Saviano...
«Lei ora sta parlando con me perché un avvocato ha avuto l’idea di citarmi insieme a Roberto. Altrimenti avrei continuato a fare ciò che ho sempre fatto, con tranquillità».
Ma anche Saviano la cita.
«Ma per ringraziarmi: quando lui stava scrivendo gli ho mandato volentieri le mie cose. Ora lui è famoso e per gloria riflessa la gente si è accorta di un lavoro che faccio da 28 anni».
Qual è il primo consiglio che dà ai giovani cronisti che lavorano con lei?
«Studia. Questa è una sentenza, leggila. E poi spiegamela. Quanti scoop si fanno in una vita? Forse uno o due. Gli altri te li fanno fare in un gioco di reciproca convenienza, perché sei stato scelto come destinatario di un pacco. Il resto è vita ordinaria».
Non si è mai autocensurata per paura?
«Io limo il linguaggio solo per paura delle querele. Del resto non m’importa nulla».