«Ecco la mia ricetta della comicità»

L’Australia è un luogo troppo lontano per sentirsi davvero a casa e i grattacieli di Perth non saranno mai all’altezza del Colosseo. Così Alfiero Alfieri, ultimo baluardo della commedia dialettale romana, ha ceduto alla nostalgia e ha lasciato che calasse il sipario sulla sua tournée nella terra dei canguri. Da questa sera, fino al 29 aprile, sarà al teatro Tirso de Molina (via Tirso 89) con lo spettacolo Vale più èsse affortunati che ricchi sfonnati.
Quali panni indosserà?
«Sarò Don Desiderio, un personaggio che vorrebbe sempre fare del bene agli altri, ma che purtroppo finisce per provocare solo disastri attirandosi le antipatie di tutti. La vicenda è ricca di episodi divertenti e non mancano alcune novità rispetto ai miei precedenti lavori».
Che tipo di novità?
«È uno spettacolo musicale: ci sono ballerine, cantanti e un’orchestra, anche se la vicenda comica rimane sempre al centro. Di precedenti non ce ne sono molti, mi viene in mente soltanto il Rugantino. Diciamo che ho voluto mettermi alla prova».
E si è sentito a suo agio in questa nuova atmosfera?
«Sapevo che avrei incontrato delle difficoltà perché solo da giovanissimo, quando facevo avanspettacolo, mi ero trovato in una situazione simile. E in effetti combinare insieme tutti questi elementi non è stato semplice, a un certo punto ho temuto di non riuscirci, oggi però posso affermare che il risultato è ottimo».
Lei è sulle scene da quasi cinquant'anni. Sente ancora l'emozione del debutto?
«Quella non finisce mai e posso raccontare un episodio che lo testimonia. Ho avuto la fortuna di recitare accanto alla grandissima Anita Durante: ebbene, nonostante avesse novantacinque anni e un’enorme esperienza alle spalle, prima dello spettacolo cominciava a innervosirsi e a camminare avanti e indietro. L’emozione che si prova sul palcoscenico è qualcosa di immutabile».
Lei è stato definito l’ultimo nume tutelare della commedia dialettale romana. Perché si sta perdendo questa tradizione?
«Mantenerla è difficile, anzitutto per l’indifferenza delle istituzioni e poi perché viene considerato di serie B. Per me invece rappresenta un vero patrimonio culturale che dovrebbe continuare a vivere e sto facendo di tutto per trovare qualcuno tra i giovani attori della mia compagnia che lo porti avanti. Sarebbe un vero peccato e un grande dolore se tutto questo dovesse finire».
Qual è secondo lei il vero teatro romano?
«Quello che possiede le caratteristiche che mi ha insegnato Aldo Fabrizi: comprensibile, gesticolato, senza pesantezze e soprattutto non borgataro come si vede in tv».