«Ecco la mia ricetta per salvare il Carlo Felice»

Maledetta primavera, quella del Teatro Carlo Felice su cui continuano ad addensarsi i nuvoloni neri della protesta sindacale, delle rappresentazioni cancellate dagli scioperi, delle polemiche che investono il ruolo e le prerogative del direttore artistico e musicale e dello stesso sovrintendente Gennaro De Benedetto. Il quale è più che mai nell’occhio del ciclone - tanto per proseguire nel parallelo meteo - per via della tempesta scatenata dagli «autonomi», decisi a ottenere il suo siluramento. Ma lui, Di Benedetto, pare più tenace e refrattario alle saette di quanto si aspettavano i nemici. E taglia corto sulle indiscrezioni di stampa che lo davano addirittura per dimissionario: «Non ci penso nemmeno - replica il sovrintendente -. Smentisco d’avere annunciato in alcun modo le dimissioni. La delicatezza della situazione del teatro, la difficoltà di alcuni rapporti e le responsabilità istituzionali di mia competenza - ribadisce Di Benedetto - impongono che siano soltanto gli organismi di governo del Carlo Felice a esprimere la propria posizione». Devono essere i consiglieri di amministrazione, insomma, non i rappresentanti sindacali, a chiedere e ottenere la testa del sovrintendente. Un’eventualità che tendono a scongiurare anche molti addetti ai lavori. Come Vincenzo Spera, interpellato dal Giornale.
Possibile che sia lui, Di Benedetto, il vero e unico responsabile del caos?
«Niente affatto. Le responsabilità, per quello che sta succedendo, vanno cercate e individuate con una riflessione molto approfondita» risponde Spera, noto e apprezzato organizzatore di eventi di spettacolo. Uno, comunque, Spera, che fin dal momento dell’inaugurazione del teatro ha preso posizione sui meccanismi di buon funzionamento della «macchina».
Dunque, lei sta col sovrintendente contro i sindacati che scioperano?
«Tra le due parti non ho dubbi: sto con lui. Non si è mai visto, all’estero, l’andazzo per cui i dipendenti possono decidere di mandare via un dirigente, ma un dirigente non può mandare via un solo dipendente che non lavora!».
Allude o fa solo professione di reazionario anticonformista?
«Né uno, né l’altro. Chiariamo subito. A mio parere non si tratta soltanto di un problema di persone, ma di tipologia di struttura e di prodotto culturale».
Lei ne ha già parlato in tempi non sospetti.
«Appunto. Dall’epoca dell’esordio. Ricordo che, nel dibattito sull’estetica al teatro Margherita, mi sono trovato, solo soletto, a polemizzare con Federico Zeri e Paolo Portoghesi».
Dica la verità: sempre il solito provocatore.
«Pensi come vuole. Ma per me era un modo di contribuire in concreto al dibattito sul futuro del teatro».
Sostenendo...
«... sostenendo la necessità di darsi subito una risposta al quesito: cosa succederà fra dieci anni? Bisognava chiarirsi».
La ricetta di Vincenzo Spera è ancora valida?
«Anche oggi dev’essere ben chiaro un piano di fattibilità dal punto di vista artistico ed economico».
Pare di capire che, secondo lei, non s’è mai fatto.
«Purtroppo è così. Ma siamo sempre in tempo per cambiare».
Da dove si comincia?
«Prima cosa, scindere la parte gestionale da quella artistica. Finora il sistema è stato caratterizzato dal fatto che chi produceva l’opera era, quasi sempre, anche chi gestiva la struttura. Non va bene, no, così proprio non va bene».
Il suggerimento è: due corpi separati.
«Più che separati, distinti chiaramente nelle funzioni. Al limite, la produzione artistica, che dev’essere sempre degna e perfettamente all’altezza della struttura, può anche essere interpretata da chi gestisce lo spazio, purché ci sia la consapevolezza dei rispettivi ruoli e delle funzioni».
Può riuscirci il Carlo Felice, nonostante tutto?
«Ne sono convinto. Ma è indispensabile ritarare tutto, sposare con convinzione il cambiamento, assecondare la volontà di rinnovarsi».
Insisto: che fare in concreto?
«Struttura innovativa significa, ad esempio, ma non solo, diventare punto di attrazione polifunzionale, perché no?, anche per musical, spettacoli di jazz, musica popolare, oltre, ovviamente, all’opera e alla musica sinfonica. Tutto questo (ripeto, tramite un’accorta programmazione economica e artistica di base) può attrarre investimenti e mettere in moto un meccanismo virtuoso che consente all’intera struttura di sopravvivere e non di vivere alla giornata».
Finora è andata diversamente.
«Innanzi tutto, per la miopia di chi ha gestito il Teatro e per la logica della conflittualità interna».
La speranza di Spera?
«Che si capisca finalmente se e per quanto l’opera può essere un punto nevralgico della cultura italiana».
Chi lo capirà per primo?
«Chi vuole bene davvero al Carlo Felice».