Ecco Milano Uomo ovvero il trionfo del macho latino

Paola Bulbarelli

da Milano

Che giochi a fare il seduttore d’altri tempi o il playboy da riviera. Che sia il serioso professionista bancario o il manager d’assalto. Che sia gay dichiarato o gay «vorrei ma non posso perché mamma non vuole». Insomma questi uomini, chiunque essi siano (per carattere, volontà o per quel che la vita concede d’essere), hanno un denominatore comune che li lega in modo indissolubile: il bel vestire, il curarsi, l’essere belli o cercare in tutti modi di diventarlo. La moda aiuta ed è senz’altro per questo che le più famose aziende e i più noti stilisti per cinque giorni a Milano, a partire da oggi, e per altrettanti (terminati ieri) al Pitti di Firenze non faranno (e non hanno fatto) altro che presentare le nuove proposte d’abbigliamento maschile per la prossima stagione estiva.
Anche Milano decreterà il jeans come il pantalone per eccellenza? Anche Milano incoronerà la giacca come capo clou? Può darsi. Sta di fatto che si leva unanime il coro anticrisi ed è sempre più palpabile la necessità di far fronte alle avversità congiunturali con forza e tenacia. Cominciando magari da una certa coesione tra i gruppi. Non è un caso che Luca di Montezemolo all’assemblea dell’Anci (l’associazione dei calzaturifici italiani) abbia ribadito agli imprenditori che per diventare più grandi bisogna mettersi insieme. Un auspicio che arriva soprattutto da Adolfo Urso, viceministro delle attività produttive, che addirittura punta sulla fiera unica del tessile. E il nostro Paese in fatto di moda ne vanta parecchie e ormai ben note.
Non possiamo certo disperdere la creatività, la professionalità, le capacità produttive che contraddistinguono i marchi made in Italy. E la crisi si dribbla rafforzando sempre più quei luoghi comuni che ci hanno resi famosi nel mondo e che hanno esportato la qualità di vita dell’Italia. Gli italiani da sempre sono conosciuti per il loro innegabile fascino latino. Esiste ancora o è andato a farsi benedire? «Ma non dobbiamo nemmeno chiedercelo – risponde stupito Stefano Gabbana -. I famosi vitelloni degli Anni 50 non si chiamano più così ma non sono mai spariti. Il maschio latino è l’unico che sa corteggiare. Il fatto è che come per l’arte che ci circonda o per lo stile sia di vita che di abbigliamento non ci rendiamo conto di quanto certe nostre caratteristiche siano invece ciò che ci ammirano e ci invidiano all’estero. L’etichetta made in Italy è la nostra forza».
Eppure, a volte, pare che il maschio di casa nostra abbia sotterrato «l’ascia di guerra». «Assolutamente no – replica Roberto Cavalli - e proprio perché conosco tanta gente nel mondo e ho amici come Lenny Kravitz, vero animale da palcoscenico, mi rendo conto che noi latini abbiamo una sensibilità e un modo di trattare le donne davvero speciale. E poi proprio per questo ho deciso anche di non far salire più l’uomo in passerella, mi ha annoiato. Voglio recuperare il vero macho». Niente pedana, niente défilé per Cavalli quindi. «No, solo presentazione e evento speciale».
Anche per Paolo Gerani di Iceberg il fascino del maschio latino colpisce inesorabile. «Non amo l’uomo micio al punto che la mia collezione si basa sulla storia di un militare italiano che sbarca in Sicilia negli Anni 40 e la prima cosa che impara è come i nostri uomini seducono le donne».
Già, e le donne come la pensano? «Sinceramente non lo vedo più tutto questo fascino latino – dice Katia Noventa -. Ma non è un peggioramento, anzi. Perché l’uomo è diventato più dolce, più tenero. E io li preferisco così».

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