«Ecco il mio Sant’Antonio nemico di tutte le tirannie»

Il regista debuttante Antonio Belluco: «È un nobile che rinuncia a ogni cosa per amore di Dio»

Pier Francesco Borgia

da Roma

Dopo vent’anni dietro la macchina da presa per confezionare spot pubblicitari, Antonio Belluco ha realizzato il suo sogno. O meglio ha assolto il suo debito di riconoscenza con il Santo. Quell’Antonio da Padova cui dedica - come atto di devozione - il suo primo lungometraggio. Si intitola Antonio guerriero di Dio, distribuito dalla 01, e arriva venerdì nelle sale italiane. La pellicola racconta soltanto alcuni episodi della parabola terrena del nobile portoghese che volle farsi umile francescano per seguire le orme di Francesco d’Assisi e che proprio a Padova coronò il suo sogno di farsi paladino della giustizia degli umili in nome e per conto del Signore. Nei panni del santo, morto nella città veneta il 13 giugno del 1231, troviamo l’attore catalano Jordi Mollá (apprezzato anche a Hollywood dove ha recitato al fianco di Will Smith in Bad boy II e di Dannis Quaid in Alamo). Paolo De Vita, invece, veste i panni di Folco voce narrante della vicenda, che proprio nell’amicizia di Antonio trova la strada maestra per la redenzione: da impietoso sgherro di usurai a frate francescano pio e devoto.
L’Antonio immaginato da Belluco è un santo che riesce a farsi comprendere dagli umili e dai diseredati, un predicatore ispirato che riesce a lanciare un ponte tra la sua cultura e l'ignoranza che lo circonda. Un uomo, insomma, che rende intelligibili alla massa temi prima oscuri e impenetrabili riempiendo le piazze. Strenuo difensore degli umili, degli oppressi (come lo stesso Folco da lui prima ammonito perché sorpreso a rubare, poi difeso in quanto ingiustamente accusato di omicidio) Antonio attacca senza pietà e senza soggezione tutti i tiranni del popolo: usurai, giudici, governanti, non risparmiando nessuno, nemmeno la corruzione della Chiesa. «Antonio non è stato un santo semplice - spiega il regista - che si è sacrificato per qualcuno o ha fatto edificare qualcosa. Antonio è un uomo che non appartiene al popolo, viene dalla nobiltà, ma è un nobile che, prima tra gli agostiniani, poi tra i francescani, rinuncia a tutti i beni e alle tentazioni del mondo per amore di Dio. Vuole stare in mezzo al popolo, condividerne le gioie, le sofferenze, vuole comunicare con le persone per dare loro forza e speranza».
Belluco sceglie un taglio «sociale» per confezionare la prima pellicola dedicata al più popolare tra i beati. Basti pensare che in quasi tutte le chiese del mondo c’è una statua raffigurante il santo e che il Messaggero di Sant’Antonio vende per abbonamento oltre un milione di copie in tutto il mondo. Per non parlare poi della Basilica patavina, visitata ogni anno da più di quattro milioni di fedeli. Un luogo, precipitato proprio in questi giorni, agli «onori» della cronaca per la scelta di mostrare al suo interno il logo di alcuni sponsor che ne finanziano i lavori di restauro.
«Mi interessava soprattutto - conclude il regista - offrire un ritratto quanto più possibile aderente della politica sociale di Antonio. La sua battaglia contro l’usura e contro le ingiustizie perpetrate ai danni degli umili è ancora di forte attualità. Certo oggi si parla meno di usurai, ma anche la ricerca corriva del profitto deve essere altrettanto stigmatizzabile». Il dottore della Chiesa, quindi, viene messo in ombra dal «condottiero» della fede. Lo «scrigno delle sacre scritture» come lo chiama papa Gregorio IX (interpretato da Arnoldo Foà) lascia il campo a un fervente difensore dell’umiltà. E della sua stessa arte oratoria si sottolineano solo quei passaggi che parlano di solidarietà e giustizia sociale.
Quando ci sono di mezzo i santi, però, si parla anche di «miracoli». Come quello di una film in costume costato appena 4,5 milioni di euro. E girato in sole nove settimane. «Avrei voluto girare alcune scene a Padova - ricorda ancora Belluco - ma le autorità cittadine mi hanno negato il permesso e così ho dovuto ripiegare su Vicenza e Tuscania».