Ecco il mondo (spu)dorato della disco music

In «You Should Be Dancing» da Barry White a Sylvester, da Gloria Gaynor ai Bee Gees, pregi e difetti di un fenomeno di costume

La voce chioccia di Barry Gibb (leggi Bee Gees)che gorgheggia You Should Be Dancing rammenta uno dei più grandi successi della musica dance (o disco) usa e getta. You Should Be Dancing: Biografia politica della disco music - del critico Peter Shapiro - è ora un libro vivace ed importante (uscito in Italia da Kowalski) per capire l’esegesi e la storia di questo stile musicale tanto amato dai modaioli quanto odiato dai rocker duri e puri. «La disco fa schifo», stava scritto sulle t shirt dei primi punk, che odiavano quei martellamenti danzerecci, quegli squittii di cantanti e cantantesse in calore che facevano rima con Gucci, Fiorucci e i vip dello Studio 54 di New York.
Ma la disco non è solo questo - ammonisce Shapiro - recuperandone le radici nelle sperimentazioni di mitici dj come Francis Grasso, che mischiavano il funky con le nuove tendenze. Non è tutto oro ciò che luccica, ammonisce Shapiro; sotto la patina di disimpegno, divertimento, abiti alla Tony Manero, sesso-coca e quaalude, la disco nasconde una New York marcia alla ricerca di riscatto. «La disco è l’umile peone catapultato - scrive Shapiro - nel firmamento celeste grazie ai suoi vestiti e ai suoi passi di danza. La disco era il massimo del glamour, della decadenza e dell’indulgenza. Ma, anche se brillava come un diamante, puzzava di merda». Perché, nonostante la joie de vivre e i messaggi talora commerciali, edonistici se non addirittura demenziali (valga per tutte Lady Marmalade delle Labelle) nasce nella Grande Mela ancora intontita dalle tragedie nazionali (dalla morte di Kennedy a quella di Luther King) e sopraffatta dalla violenza nelle strade, ed è musica di evasione ma anche di rivendicazione soprattutto per i gay e tanti altri emarginati.
Una risposta superficiale ed esibizionista a un mondo dissoluto? Forse sì, ma anche una ribellione fatta di atteggiamenti e suoni nati per bruciare in un attimo. Martellanti, ripetitivi, fatti per ballare, elettronici, creati da maghi come Moroder, Cerrone, Barry White. Dall’archetipo Soul Makossa di Manu Dibango ai classici di Barry White, da Rock the Boat degli Hues Corporation (il primo disco che fece il botto nelle hit parade) a Never Can Say Goodbye di Glorya Gaynor passando per la pessima Le Freak degli Chic. Ognuno potrà scegliere la sua colonna sonora di quel periodo o bollarlo come ignobile. Sta di fatto che la disco - al di là del fenomeno passeggero - ha rinnovato la musica commerciale, ha eccitato la fantasia dei Rolling Stones (I Miss You), quella dei rapper, e ha ancora qualcosa da dire con artisti come Rihanna. Un libro interessante ed equilibrato, anche se azzardato nel collegare la preistoria della disco con la Swing Jugend ribelle sotto la germania nazista.