«Ecco la moneta che vale il doppio dell’euro»

(...) che gli è stato usurpato con l’assegnazione alla banca centrale della potestà di battere moneta».
Fosse per lei, Riccobaldi, cambierebbe tutto?
«Eccome. È venuto il momento di rimettere le cose a posto. A cominciare dal ripristino del potere al cittadino di trasformare in credito quello che ora, a tutti gli effetti, è un debito».
Andiamo con ordine. Si spieghi.
«Mi spiego. La facoltà di battere moneta risale al 1694, quando in pratica oro e argento vennero sostituiti come mezzi di pagamento da altri strumenti più pratici: le banconote, appunto, e le divise di metallo non pregiato e valore convenzionale».
Non si potrebbe cominciare da tempi più recenti?
«E allora parliamo del 1994, quando la Banca d’Italia e il suo governatore vennero denunciati per falso in bilancio, truffa, usura e istigazione al suicidio».
Su quale base giuridico-economiche, di grazia?
«Elementare! Sulla base del concetto che la proprietà della moneta non è della Banca centrale, ma del cittadino. È il cittadino che dà valore alla moneta, non viceversa».
Bankitalia, invece...
«Molti, quasi tutti, pensano che sia, come dire?, lo Stato. E invece è un insieme di istituti privati che non hanno nessun diritto esclusivo».
Lo diceva anche Auriti. Ma non gli ha dato retta nessuno.
«Non è esatto. Auriti è stato un grande, l’hanno anche proposto per il premio Nobel. Era un professore universitario in discipline giuridiche che, una volta in pensione, ha elaborato un’originale teoria sulla moneta».
Mi pare che avesse preso qualcosa dal poeta Ezra Pound.
«Infatti. Partendo dagli argomenti trattati da Pound, aveva sostenuto che le banche centrali ricaverebbero profitti indebiti dal signoraggio sulla cartamoneta, dando origine in tal modo al debito pubblico».
L’idea, allora, era stata quella di rivolgersi al tribunale.
«Auriti voleva che i magistrati dichiarassero la moneta, all’atto dell’emissione, di proprietà dei cittadini italiani, e illegittimo l’attuale sistema di emissione che trasforma la Banca centrale da ente gestore addirittura a proprietario dei valori monetari».
Istanza bocciata in pieno. Se non sbaglio, il professore fu anche condannato al pagamento di 10 milioni di lire.
«Un’ingiustizia. Ma non è finita lì, c’è stato un lungo e importante seguito».
Le chiederei di essere breve.
«Cito due progetti di legge, nel 1995 e nel 1997 che hanno riproposto le tesi di Auriti, ma soprattutto l’iniziativa dello stesso professore abruzzese che nel 2000 sperimentò nella città natale di Guardiagrele il Simec, moneta ceduta alla pari in cambio di lire e ritirata al doppio del valore originario».
Poi è intervenuta la Guardia di finanza.
«...che ha interrotto l’esperienza. Auriti fui ingiustamente condannato a 4 mesi. Ma non vuol dire».
Vuol dire, visto che lei, una volta eletto sindaco, farebbe più o meno la stessa cosa a Genova.
«Certo. Introdurrò il San Giorgio, la moneta dei genovesi».
Come funzionerà?
«Il cittadino viene e scambia il San Giorgio alla pari con l’euro. Ma la somma in San Giorgio diventa il doppio per convenzione accettata da tutti, perché se tutti accettano che valgano il doppio, il valore effettivo sarà questo».
Ne parla anche Beppe Grillo. Ma non fa ridere.
«Tra qualche anno non riderà più nessuno».
Se è per questo, Riccobaldi, c’è poco da ridere anche adesso.

«Ecco, vede che ci capiamo. Prima o poi sono sicuro che la convinco».