Ecco come il Montepaschi si ritrova al centro dei giochi

C’è una banca, il Monte dei Paschi di Siena, che a 538 anni dalla fondazione riconquista la centralità nel sistema nazionale. Sistema del credito, della finanza e dei grandi poteri: il suo presidente, Giuseppe Mussari, potrebbe assumere a luglio la presidenza dell’Abi, apprezzato da tanto da Geronzi e Profumo, quanto da Guzzetti e Bazoli. Prima, ad aprile, il diritto di voto sull’1,2% del capitale avrà il suo peso nel rinnovo del vertice di Generali. Mentre entrambi i suoi importanti azionisti privati, Axa e Francesco Gaetano Caltagirone, pur attraverso strade diverse, promettono di essere tra i protagonisti della scena finanziaria nei prossimi anni. Infine è proprio tra i suoi manager che Intesa ha pescato per affidare a Marco Morelli la guida della rete delle sue filiali.
Tutta un’altra realtà rispetto a come stava andando la storia in questo ultimo decennio: dal progetto di fusione con Bnl, fallito nel 2001, il Montepaschi era uscito finanziariamente ridimensionato; e pure in confusione nei delicati equilibri che da sempre governano una banca in simbiosi con la politica cittadina e con quella romana. Non si svela un segreto se si ricordano due questioni: la prima è che la Fondazione Mps, che controlla la maggioranza del capitale, è governata dagli enti locali. La seconda è che questi ultimi sono guidati da inscalzabili maggioranze Pd (e prima Ds, Pds, Pci). Ebbene, archiviata la partita Bnl, Mps si era trovata nel caos delle baruffe cittadine, nonché impantanata in un asse finanziario fatto di relazioni troppo pericolose. Come quelle con la Unipol di Giovanni Consorte a Bologna e con la Hopa di Chicco Gnutti a Brescia. Così, al momento delle grandi aggregazioni bancarie (Intesa-San Paolo e Unicredit-Capitalia) era rimasta esclusa, pur avendo cercato di giocare sia con Intesa, sia con Capitalia. Poi, due anni fa, la mossa dell’acquisto di Antonveneta. Un’operazione che Mps paga a caro prezzo: 9 miliardi per mille sportelli, che hanno costretto i soci prima a un aumento di capitale da 4,9 miliardi, poi - dopo gli effetti della crisi finanziaria - anche all’emissione di bond di Stato per altri 1,9 miliardi.
Eppure è proprio Antonveneta che ha permesso a Mps la crescita dimensionale che mancava. E che ha consentito a Mussari (arrivato al vertice della Banca nel 2006) di giocarsi tutte le sue carte.
A cominciare da quella politica, perché se oggi si assiste a un film diverso dal precedente, è grazie alla lucidità con cui Mussari ha saputo rinnovare il sistema di «vicinanze» di riferimento. Il crollo del sistema-Veltroni, a cui Mussari era stato vicino, avrebbe potuto travolgerlo. Invece, forse anche perché la rete dei rapporti d’affari dell’ex capo del Pd era più amministrativa che relazionale, il presidente di Mps ha avuto buon gioco a smarcarsi per tempo. E a riposizionarsi in due direzioni: da un lato ha cercato e trovato in Cesare Geronzi l’appoggio di Mediobanca nell’operazione Antonveneta. Allargando poi la relazione Milano-Siena anche su altri fronti (per esempio, la Fondazione Mps è entrata nel capitale di Piazzetta Cuccia); dall’altro, una volta che il potere veltroniano si è del tutto dissolto (l’ultimo tassello è stata l’esclusione dell’amico Mauro Agostini dalle primarie umbre), ha saputo legare un nuovo filo con Pierluigi Bersani. O con Massimo D’Alema, se si vuole, anche grazie all’avvicinamento effettuato in questa stessa direzione da Enrico Letta, a suo tempo grande elettore di Gabriello Mancini, il presidente della Fondazione che ha preso il posto di Mussari nel 2006.
Un intreccio di relazioni che Mussari realizza soprattutto grazie al rapporto costruito nel tempo con Caltagirone (vicepresidente e azionista al 4,7% nel Monte). Rapporto che di certo gli ha facilitato sia il percorso verso Geronzi, sia il riposizionamento del dopo-Veltroni. Soprattutto a Roma.