"Ecco come nacque il Pdl in piedi su quel predellino"

Nel libro di Vespa il premier Berlusconi racconta i retroscena del celebre discorso di piazza San Babila

Esce oggi il nuovo libro di Bruno Vespa «Viaggio in un'Italia diversa» (Mondadori - Rai Eri, 482 pagine, 19.50 euro). È un grande affresco sui problemi che inquietano l'Italia, dalla paura degli immigrati alle difficoltà finanziarie, dallo scandalo dei rifiuti di Napoli a quello dei campi Rom dove non si riesce a mandare i bambini a scuola. Il desiderio diuna svolta ha determinato la rivoluzione politica di aprile e dei mesi successivi ai quali Vespa dedica molti retroscena inediti. Anticipiamoampi stralci dal capitolo «Isolato e contestato, Berlusconi fondò il Popolo della Libertà». 

di Bruno Vespa

Il 15 novembre la legge finanziaria fu approvata con 161 voti contro 157: per far cadere Prodi, sarebbe bastato che Dini e il suo amico Scalera votassero contro, come sperava Berlusconi. Ma, ancora una volta, Dini negò al Cavaliere la prova d'amore. Questo rifiuto lo avrebbe fatalmente «declassato» in gennaio, quando ci fu la crisi di governo, ma sul momento consentì a Fini di partire a testa bassa all'attacco di Berlusconi. (...) La lettera di Fini al Corriere della Sera era determinata da un profondo malessere politico (...) Ma era stato soprattutto un vistoso sgarbo politico ad aver scatenato la reazione di Fini. Sabato 10 novembre era nata La Destra di Francesco Storace e Daniela Santanchè. Una scissione clamorosa e dolorosa, che certo non aveva fatto piacere a Fini e che certo non era stata scoraggiata da Berlusconi, il quale ha il tic di voler indebolire i fratelli-coltelli. Il Cavaliere non si era limitato a inviare un messaggio di solidarietà, ma aveva festeggiato la scissione intervenendo di persona alla convention di Storace. Allora, come riferì Francesco Bei sulla Repubblica il 16 novembre, riunendo il giorno prima l'ufficio politico del partito Fini comunicò ai suoi: «La misura è colma, stamattina ho chiamato Berlusconi e gliel’ho detto in faccia (...) Rimase spiazzata, soprattutto, l’ala tradizionalmente più dialogante con Berlusconi, quella di Ignazio La Russa e di Maurizio Gasparri. Sabato 17 novembre questi ultimi avevano invitato al convegno della loro corrente di Assisi il vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, e il direttore di Panorama Maurizio Belpietro. (...) Italo Bocchino, uno dei maggiorenti del partito, accese la miccia: «Pensavamo che Berlusconi fosse intento a convincere Dini a passare al centrodestra, lo abbiamo scoperto invece intento a convincere qualcuno di An a passare con Storace». Cicchitto rispose stizzito, riferendosi alle ultime mosse di Fini: «Forza Italia non accetta ultimatum. Ma dove volete andare? Non andate da nessuna parte mettendo in moto piccoli plotoni d'esecuzione che tirano randellate a Berlusconi». Ci fu una prima bordata di fischi, e Cicchitto reagì: «Ma che mi avete invitato a fare, se poi mi fischiate? Potevate farvelo da soli il partito unico…». (...)
Il doppio attacco di Fini e il trattamento subìto da Cicchitto convinsero Berlusconi al gran passo di piazza San Babila, luogo simbolico di ritrovo del Msi milanese e, ora, di An. «L'accoglienza riservata quella mattina al nostro Cicchitto dall'assemblea di Assisi fu la goccia decisiva a far traboccare il vaso» mi racconta il presidente del Consiglio «ma il discorso di San Babila l'avevo dentro da un pezzo. Andai ancora una volta in piazza con un pensiero frutto di una lungimirante e visionaria follia, come diceva Erasmo da Rotterdam. Mi accolse una folla straripante ed entusiasta...» (...) Paolo Bonaiuti stava guardando i notiziari del mattino quando venne raggiunto da una telefonata di Altero Matteoli, abitualmente incaricato da Fini per le missioni più delicate. Matteoli gli trasmise il testo di una dichiarazione conciliante che il portavoce di Berlusconi avrebbe dovuto diffondere alle agenzie per mettere fine al contrasto, diventato ormai imbarazzante per tutti, dopo i fischi di Assisi a Cicchitto. (...) Il portavoce informò Berlusconi, che prima si mostrò incerto, poi molto freddo: «Questi non la vogliono capire. Stiamo qui a perdere tempo con le dichiarazioni e, invece, bisogna fare un movimento unico, e chi ci sta ci sta. La gente, il popolo vuole questo. Un partito della Libertà, un partito del Popolo della Libertà».
(...) Il Cavaliere, comunque, disse a Bonaiuti: «Se vuoi fare la dichiarazione, falla. Decidi tu». Il portavoce, che non ne aveva molta voglia, richiamò Letta, e questi, vista l'aria, gli suggerì di lasciar perdere. Allora Bonaiuti telefonò a Matteoli, gli disse che non avrebbe fatto nessun comunicato e aggiunse: «Guarda, Altero: se non la smettete, qui succede un casino». Matteoli gli rispose che ne avrebbe parlato con Fini, e la cosa si concluse lì. (...) Alle 15, il Cavaliere chiamò il suo portavoce: «Mariastella Gelmini mi ha chiesto di fare un comizio oggi pomeriggio a piazza San Babila».
(...) Arrivò e fu sommerso da un bagno di folla. Dovette issarsi sul predellino dell'automobile per sfuggire all'amore della gente. Aveva già parlato con il microfono sotto il gazebo. Poi, raggiunto sull'auto dai cronisti, dichiarò: «Qui, in mezzo al popolo, nasce il Partito del Popolo delle Libertà». «Bonaiuti chiamò tutti i telegiornali e i principali quotidiani, dicendo semplicemente: «Mandate qualcuno a San Babila". Dopodiché accese il computer e aspettò che comparissero i flash delle agenzie di stampa. Ma non era ancora stato battuto il primo dispaccio che arrivò una telefonata di Nino, il capo della scorta del Cavaliere, che gli passò un eccitatissimo Berlusconi, la cui voce era sommersa dalle grida della folla: «Ho fatto un discorso brevissimo. Son dovuto salire sul predellino dell’auto perché ero sommerso dalla gente, che poi mi impediva di scendere. Ho detto tutto quello che pensavo». Disse il Cavaliere: «Il tempo è venuto. Forza Italia si scioglie e oggi nasce ufficialmente un nuovo grande partito: il Partito del Popolo italiano delle Libertà. O il Popolo delle Libertà, che a me piace di più. La gente è più avanti di noi e ce lo chiede. Buttiamo da parte remore e paure. Basta con i parrucconi e i professionisti della politica. Abbiamo raccolto 7 milioni e mezzo di firme e solo la metà è di Forza Italia. Questa è la dimostrazione che non è più il caso di attendere». Ai cronisti che gli domandarono: An e Udc? Risposta: «Se aderiscono, bene. Io non voglio e non devo convincere nessuno». Il tutto, scrissero i giornali, tra signore che perdevano le scarpe nella ressa, altre che svenivano, gli uomini della scorta che giudicavano ormai ingestibile la situazione e il Cavaliere felice più che se il Milan avesse vinto un altro scudetto. Era il 18 novembre 2007 e sembrò ripetersi il copione del 1994, quando nel giro di qualche mese Berlusconi passò dall'annuncio della sua discesa in campo alla conquista di palazzo Chigi.