Ecco come nasce la dea Venere

Silvia Castello

La splendida sede rinascimentale del Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps ospita le raccolte di scultura antica provenienti dalle più prestigiose collezioni al mondo: Boncompagni Ludovisi, Altemps, Del Drago, Mattei, Brancaccio e la raccolta Egizia. La più famosa è forse quella che il cardinale Ludovico Ludovisi raccolse nel 1621-1623 nella sua villa al Quirinale, in cui spiccano marmi studiati anche da Goethe e Winckelmann quali i gruppi di Oreste ed Elettra, il grande sarcofago di battaglia, l’Ares restaurato da Bernini e la testa colossale di Giunone. Punta di diamante è il celeberrimo Trono Ludovisi, rinvenuto durante i lavori di urbanizzazione della Villa Ludovisi nel 1887, un capolavoro della scultura greca arcaica datato 460 a.C. ma che Federico Zeri bollò a suo tempo come un «autentico falso ottocentesco». È così che in occasione del momentaneo allontanamento di quest’opera prestata per alcuni mesi all’importante rassegna «Magna Graecia» di Catanzaro, la direzione di Palazzo Altemps ha incaricato l’artista concettuale Emilio Farina di ripensare i contenuti formali e simbolici del rilievo, con l’installazione «La nascita di Venere nel Trono Ludovisi:un’assenza rituale». L’intervento ricrea l’azione della nascita della Dea nel suo manifestarsi dolcissimo e continuo come ritualità sacra. Da una ciotola color cobalto con sassi e sabbia in cui Farina colloca l’accadere del rito divino, si svolge e riavvolge fino al soffitto affrescato il mistico manto che le ancelle drappeggiano, rivelando il nudo corpo di Venere. «Emilio Farina evoca il movimento di Venere che nasce dalle onde del mare, facendo ergere il velo trasparente dalle profondità del blu mediterraneo verso lo spazio, la culla della cultura occidentale. La simbiosi tra l’espressione contemporanea di Farina con il Trono Ludovisi avvicina la bellezza classica al nostro tempo ed alle nostre coscienze» chiosa il critico Amnon Barzel presentando la mostra, aperta al pubblico fino al 31 agosto.