Ecco il nuovo Egitto: davanti al giudice Mubarak in barella

Eccola qui la rivoluzione d'Egitto. Ha il volto cinereo del "faraone" in barella. Un tempo era Hosni Mubarak. Un presidente, un eroe di guerra, una salvatore della patria capace di sconfiggere il fondamentalismo, ma anche di barattare ladrocini di famiglia e stabilità. Ora è solo un capro espiatorio. Un vecchio sconfitto da giudicare e tener in gabbia. Come gli assassini di Anwar Sadat. Lo spettacolo di quel despota umiliato, di Alaa e Gamal, i due rampolli in pigiama bianco da galeotti, dell'odiato ex ministro degli Interni Habib Al Adli e di sei ex alti funzionari di polizia è quanto oggi serve all'Egitto e ai suoi nuovi padroni. Uno spettacolo a tinte forti. Una gabbia di ex leoni da gettare in pasto alle piazze. Un placebo per una rivoluzione naufragata.
Ma quel teatrino allestito in un'accademia di polizia intitolata un tempo allo stesso Mubarak è anche la rappresentazione del fallimento. Un gioco di specchi e ombre in cui si riverberano protagonisti, illusioni e promesse mancate. In quell'aula si giocano, in teoria, le vite dell'ex presidente, di Adli e dei sei gerarchi. L'accusa li vorrebbe morti per aver concertato le sparatorie costate 850 morti. E al patibolo qualcuno spedirebbe anche Alaa e Gamal per aver saccheggiato le casse della nazione e gestito la grande corruzione. Alla fine, però, tutto si riduce a quattro ore di schermaglie procedurali. Quattro ore in cui l'unica emozione è la voce di quel malato terminale in barella. Strilla «sono qui» al giudice, torna ad agitare l'indice che faceva tremare il Paese, urla «respingo tutte le accuse completamente».
Del resto così doveva andare. A sei mesi dall'addio dell'11 febbraio l'unica novità è il ritorno in pubblico del grande malato prigioniero dell'ospedale di Sharm El Sheik. Il suo arrivo impacchettato tra lettiga e coperte è l'unico evento di una rivoluzione che non ha prodotto né Costituzione, né elezioni, né riforme. Una rivoluzione-illusione scandita dai comunicati degli invisibili 19 despoti del Consiglio di Difesa. Un potere diafano, opaco, deciso a non rinunciare al sistema militar-industriale su cui si reggeva anche il regno del faraone in barella. E infatti il nome del primus inter pares, del capogang dei 19 despoti invisibili riecheggia nell'aula. Succede quando i legali di Mubarak chiedono di chiamare a deporre Mohammed Hussein Tantawi. Era il ministro della Difesa. È il generale che pugnalò alla schiena Mubarak per trasformarsi nel suo successore. Far deporre quella divisa creatura e creazione del Faraone significherebbe far cadere la maschera di una rivoluzione che ha abbattuto il simbolo, ma lasciato intatto il sistema di potere della casta militare.
L'atto finale del fallimento, quello che rischia di regalare l'Egitto al fondamentalismo anziché alla democrazia va in scena appena fuori dall'aula. Lì davanti all'edificio circondato dalle forze anti sommossa, sotto il mega schermo che ritrasmette il processo, si scontrano i sostenitori di Mubarak e quelli del nuovo corso. Da una parte quattro gatti senza più speranze, denigrati, insultati, presi a bottigliate e manganellate. Dall'altra la confusione del nuovo. Da una parte le vesti lunghe e le barbe di quelli che in piazza Tahrir inneggiano non più alla democrazia, ma all'islamizzazione del Paese e alla legge del Corano. Dall'altra i riformatori in occhialini giacca e jeans ormai consapevoli che per evitare di consegnarsi agli islamisti sarà inevitabile scender a patto con i militari, accordarsi su una Costituzione garante della loro egemonia nel campo dell'economia, del potere reale. Un accordo, si dice, già ratificato dietro le quinte di questo processo farsa. Un accordo che rischia di portare nuovi scontri, nuovo sangue se le piazze islamiche decideranno di farlo saltare. Ma il definitivo suicidio, l'harakiri che rischia di far piazza pulita di tutte le altre rivoluzioni incompiute del mondo arabo rimbalza dalle parabole delle televisioni che ritrasmettono le immagini del despota sconfitto e umiliato e ingabbiato. Il messaggio migliore per convincere Gheddafi, Assad e tutti gli altri colleghi di tirannia che comunque vada la morte sarà meglio della resa.
Si torna in aula il 15 agosto. Nel frattempo, custodito nel carcere militare del Cairo, sarà affidato alle cure di un oncologo.