Ecco padre Cesare Un fratello "metallaro"

Vive a Milano e prima di prendere i voti ha fatto l'operaio e il commerciante. "Io monaco heavy metal parlo di Dio portando sul palco borchie e catene"

Milano - Buongiorno, padre Cesare.
«Pace e bene, figlio mio».

Perché si fa chiamare Fratello Metallo?
«È il mio nome d’arte».

E da quando un frate cappuccino ha il nome d’arte?
«Lo uso nei miei concerti di musica heavy metal».

Un sant’uomo col saio e la barba bianca, amante dell’heavy metal?
«Questa musica mi serve per diffondere i temi della Chiesa in chiave laica: una scelta non in qualità di "predicatore", ma come semplice persona».

Leggo dal vocabolario: «L’heavy metal (“metallo pesante“) è caratterizzato da ritmi aggressivi. Le tematiche musicali sono definite come oniriche, rabbiose, violente o tetre».
«Non è così, il metal è solo buona musica e voglia di socializzare, magari con l’aiuto di qualche bottiglia di birra. Una certa coreografia serve solo ad animare lo show».

Per questo usa catene, borchie e saluta il pubblico facendo le corna?
«Il gesto delle corna è un simbolo d’amore».

In che senso?
«Le tre dita sollevate (pollice, indice e mignolo) stanno per le parole: I love you».

C’è invece chi le interpreta addirittura come un messaggio satanico.
«L’heavy metal è agli antipodi rispetto al satanismo. Tra centinaia di gruppi, esisteranno al massimo due o tre band che si ispirano al demonio».

Certo è che i metallari non hanno un aspetto granché rassicurante...
«Figlio mio, è tutta scena. In verità sono persone dolcissime».

Ne parla come se fossero dei chierichetti.
«Una volta ho visto un metallaro di quelli che sembravano dei veri duri telefonare a casa e dire: "Mammina, questa sera arriverò un po’ più tardi... "».

Che tenero. È stato così che ha deciso di diventare uno di loro?
«La folgorazione l’ho avuto al concerto milanese dei Metallica, ero tra il pubblico al Forum di Assago e i giovani si avvicinavano chiedendomi: "Ma sei un frate vero? Cosa ci fai qui?"».

Invece che sulla via di Damasco, è stato folgorato sulla via del Forum di Assago?
«La mia opera di evangelizzazione l’ho sempre fatta per strada a contatto con la gente. È l’unico modo per diffondere la parola di Dio, portando conforto a chi ne ha bisogno».

Ma lei si trova più a suo agio col Vangelo o i distorsori acustici?
«Con entrambi».

Quanti concerti live fa ogni anno?
«Non meno di cento».

Quanti cd ha inciso finora?
«Sedici».

Una media da star. L’ultimo come si intitola?
«Misteri. Lo presenterò il 30 maggio a Milano, la città dove vivo».

Come definirebbe la sua musica?
«"Metallo", condita con un pizzico di armonioso, melodico rock; ciò potrebbe far chiamare questo genere con un nome nuovo: "metrock"».

Che argomenti tratta nelle canzoni?
«Parlo di famiglia, donna, sesso, Dio, droga... E non manca mai un brano in chiave di fede».

Già la fede, com’è maturata la sua vocazione religiosa?
«Nel 1975 entrai in convento dei Cappuccini. Nel 1980, da diacono, partii per una missione in Costa d’Avorio. Tre anni dopo venni ordinato sacerdote. Ora vivo nel Convento di Musocco a Milano».

Fin qui il «matrimonio» col Signore. E quello con la musica?
«Da assistente spirituale dei tranvieri di Milano, cominciai a scrivere e cantare le mie prime canzoni: il brano di esordio si chiamava La danza del tram».

Titolo e testo non propriamente metal, mi pare.
«No, ma la scelta di campo era ormai fatta: la danza, la musica e il canto usati come strumenti per comunicare contenuti e valori».

Le alte sfere ecclesiastiche l’hanno mai contrastata?
«Mai».

Prima di incontrare Gesù e la musica, cosa faceva?
«Sono nato a Offanengo (Cremona) nel 1946. Ho fatto l’operaio e il commerciante. Poi il servizio militare nei Bersaglieri. Dio l’ho incontrato mentre portavo soccorso agli alluvionati del Friuli. Rischiai di morire annegato, fui salvato per miracolo. E allora capii una cosa».

Cosa?
«Che la vita è un viaggio e l’amore è il carburante essenziale».