«Ecco perché le aziende liguri sono prigioniere dei debitori»

«Lasciamo perdere, almeno per un momento, lo spread, il fiscal compact, il credit crunch e compagnia bella. Concentriamoci, invece, sulle questioni, magari considerate meno pompose, più terra terra, ma che riguardano da vicino la quotidianità degli imprenditori»: a parlare così è Marco Percivale, titolare della «Torrefazione ronchese», azienda attiva nel settore del caffè e derivati con una significativa quota dedicata all’esportazione.
Eppure, anche voi imprenditori vi lamentate spesso e volentieri della congiuntura economica sfavorevole, delle tasse troppo alte, della difficoltà di accesso al credito...
«È vero. Ma è anche vero che noi imprenditori, ma potrei dire anche tanti commercianti, artigiani, e professionisti, ci dobbiamo anche e soprattutto misurare con problemi in apparenza meno significativi, che però ci toccano molto fortemente in tasca».
Precisiamo.
«I cosiddetti assegni-cabriolet, gli insoluti, tanto per fare qualche esempio. Sono tantissimi, e sono aumentati in misura esponenziale negli ultimi anni, tanto da diventare un fenomeno molto, troppo diffuso».
Ma avrete dei sistemi per rivalervi sul debitore?
«Mica granché. Innanzi tutto, se io vanto un credito di mille, duemila o tremila euro, non mi conviene neanche mettere in moto la legge. Pago l’Iva sulla fattura che ho emesso, pago gli avvocati, ma alla fine, in genere, rimango con un pugno di mosche, in quanto il debitore si dichiara insolvente».
Ci sarà pure un rimedio.
«In questo senso, lo Stato è assente. E non c’è un sistema giudiziario efficace. Molte aziende, per questo, si trovano in fortissima difficoltà, quindi il paradosso è che rischiano di andare in sofferenza per crediti (che non riscuotono), anziché per debiti».
Ci vuole con urgenza una terapia d’urto. Cosa chiedete?
«Chiediamo più considerazione a chi ci governa per il lavoro che facciamo e che potrebbe far crescere il Paese».
Boccia Monti?
«Più che altro mi spaventa chi verrà dopo. Se fra un anno, più o meno, torniamo al passato, tutti questi sacrifici, queste tasse assurde imposte agli italiani non saranno servite a niente».
Secondo lei, dunque, Percivale, ci vorrebbe più rigore? Non mi dica!
«Non è questione di rigore. Il fatto è che un programma di crescita e sviluppo non si improvvisa in un anno. Ci vogliono venti, trent’anni. E questo non viene spiegato a sufficienza, anzi nessuno lo dice, neanche il governo. La gente, invece, deve sapere che non bastano pochi mesi per rimettere in carreggiata un’azienda, figurarsi uno Stato con oltre 1940 miliardi di euro di debito!».
I giovani non hanno futuro lavorativo.
«Ci vorrebbe una sorta di assicurazione sull’impiego. Ecco un tipo di aiuto pubblico che diventa un investimento, piuttosto che una spesa improduttiva. Senza contare...
C’è altro da suggerire al Palazzo?
«... c’è l’esigenza di sicurezza. La criminalità, in particolare la cosiddetta microcriminalità, guadagna terreno. È un ulteriore fattore negativo che grava anche sulle imprese».
Dove si finisce?
«Di questo passo, solo dove ci porta il vento. E non è un bel destino».