Ecco perché Bossi & C. rischiano l’ergastolo

Claudia Passa

da Roma

Se non ci fosse stata la riforma del codice Rocco, avrebbero rischiato la pena di morte per aver attentato all’unità nazionale e tramato contro la costituzione, aspirando alla secessione della Padania attraverso le temibili «camicie verdi». E invece, in caso di processo, potrebbero «cavarsela» con l’ergastolo i quarantacinque leghisti che il 7 febbraio 2006 dovranno comparire davanti al gip di Verona chiamato a pronunciarsi su una richiesta di rinvio a giudizio firmata dal procuratore capo Guido Papalia ben sette anni e mezzo orsono.
Poco importa che nel frattempo due fra gli «imputati eccellenti» siano oggi diventati ministri (Maroni e Calderoli), che tre siedano al Parlamento europeo (Bossi, Borghezio e Speroni), che uno sia deputato (Pagliarini), che qualcun altro (Formentini) sia passato dalla presidenza del «parlamento padano» alla militanza nella Margherita. Così va il mondo, e se la richiesta di spedire alla sbarra la lunga lista di leader, militanti ed ex (giacente dal ’98 e ora riesumata nelle convocazioni per l’udienza di febbraio) dovesse riscuotere il placet del gip Rita Caccamo, l’inevitabile ricaduta mediatica potrebbe coincidere con l’apertura della campagna elettorale. E, vuoi o non vuoi, il «maxi-processo» finirebbe col diventarne il «piatto forte». La storia si ripete: una precedente udienza, infatti, era stata fissata nel febbraio 2001, anche allora a ridosso delle elezioni. Ma il dibattito s’era arenato sul parere d’insindacabilità sancita dal Senato per Speroni e Gnutti, entrambi imputati, allora inquilini di Palazzo Madama. Parere inviato alla Consulta per un presunto conflitto di attribuzioni la cui discussione ha bloccato a lungo l’iter del procedimento penale.
Le vicende per cui gli imputati rischiano di finire alla sbarra, e rischiano di finirci in campagna elettorale, risalgono al 1996-97. Era il periodo delle «camicie verdi», di Pontida, della Guardia nazionale padana. E in quel tempo - scrive Papalia - i 45 sott’accusa avrebbero «commesso fatti diretti a disciogliere l’unità dello Stato attraverso la disgregazione del suo territorio, e a creare una nuova entità statuale denominata “Padania” (...) mediante la concreta operatività di una complessa struttura di carattere militare denominata “camicie verdi” o “guardia nazionale padana”». Non mancava nulla: c’era un governo, un «parlamento della repubblica federale padana», con tanto di gazzetta ufficiale.
Non solo: Bossi&co. sono accusati d’aver brigato per «distruggere e deprimere il sentimento nazionale», dipingendo lo Stato come «colonizzatore delle terre del Nord», impegnando gli accoliti «ad opporvisi con “ogni mezzo” e ad impegnarsi “nella lotta per la libertà e l’indipendenza della Padania”» con un giuramento «sulla vita, la fortuna e il sacro onore». Quanto alle «camicie verdi - Gnp», Papalia si sofferma sull’uniforme, sulla gerarchia e l’organizzazione territoriale, sull’addestramento dei quadri «per un eventuale impiego collettivo in azioni di violenza e di minaccia, con l’aggravante delle armi».
«Seppur politicamente motivati - dice il Pm - tali fatti hanno travalicato il limite delle intenzioni». Non si tratta insomma di pura «propaganda secessionista», ma di «singoli atti concreti». Qualche esempio? L’«alzabandiera» per inaugurare i lavori del «parlamento padano»; i servizi-scorta con palette e lampeggianti in occasione dei comizi; conversazioni disinvolte, intercettate e allegate in quantità alla richiesta di rinvio a giudizio. Non importa che gli intenti siano rimasti tali: «è sufficiente che vi sia un “incominciamento” dell’azione offensiva».
Che il movimento sott’accusa vantasse già all’epoca rappresentanti in Parlamento (quello vero), per la Procura è un’aggravante. A Bossi, Papalia attribuisce «le maggiori responsabilità», nella veste di «capo del comitato provvisorio di liberazione della Padania» attribuitagli in un documento. A seguire vengono gli altri adepti, inquadrati nelle «istituzioni» padane, potenziale minaccia per l’integrità della nazione. È per questo che alla voce «parte lesa» figura la Presidenza del consiglio, nel ’98 impersonata da Romano Prodi. È per questo che il coinvolgimento di Palazzo Chigi quale vittima del presunto «attentato» ad opera anche di due attuali ministri rischia di diventare oggi un caso politico. È per questo che, casuale o meno che sia, la convocazione in tribunale a due mesi dalle elezioni è destinata a travalicare i confini del Palazzo di giustizia.