Ecco perché camorra e mafia non possono snobbare Roma

Il prefetto Achille Serra è persona equilibrata, poliziotto capace ed esperto, misura e soppesa le parole: forse non dice tutto quello che pensa, ma certamente pensa tutto quello che dice. Se assicura che il centro di Roma non è preda delle organizzazioni criminali camorristiche e mafiose, come recentemente ha adombrato la segretaria dei radicali Rita Bernardini, non c’è che da essere confortati. E però come nascondere un filo di incredulità? Qualche settimana fa Panorama ha pubblicato un’accurata inchiesta di Carlo Puca: «La criminalità campana è salita a Roma in ordine sparso, carica di soldi da riciclare. E da reinvestire. Eppure, la capitale che conta, quella che abita nei palazzi del potere, finge di non vedere. Gli imprenditori parlano soltanto di microcriminalità, la politica tace addirittura... Racket, droga, rifiuti, riciclaggio, affari. In pratica, un accerchiamento alla capitale, finita nel centro del bersaglio. Ed espugnata...». Luigi De Ficchy, magistrato della Direzione nazionale antimafia, dice: «Quando sento affermare che la situazione è sotto controllo, mi vengono i brividi. Non nego che tutti stiano facendo il massimo, purtroppo però la situazione in questi ultimi anni è sempre peggiorata».
Dunque? Naturalmente nessuna persona dotata di buon senso può e vuole colpevolizzare napoletani e campani in quanto tali. Si cadrebbe nell’errore degli americani che per anni identificavano chiunque portava un cognome italiano con la mafia. Ciò non toglie che i mafiosi in America avevano e hanno un cognome italiano. Così come si onora la Sicilia ricordando che siciliani erano Falcone e Borsellino, Boris Giuliano e Ninnì Cassarà, Terranova e Chinnici e tanti altri martiri della lotta al crimine organizzato, il modo per offendere davvero i napoletani onesti e vittime della delinquenza organizzata, è quello di tacere e nascondere la testa sotto la sabbia come finora si è fatto e si continua a fare.
Il timore e il sospetto è che anche a Roma accada quello che da anni avviene in molte città della Campania: un vorticoso cambio di proprietà di attività commerciali che hanno lo scopo di trasformare il denaro illecito in «pulito» e riconvertirlo in immobili e proprietà «immacolate». Per una conferma basta leggere l’ultima relazione annuale della Dna che denuncia una «silente infiltrazione in campo economico e finanziario con accordi strategici che hanno portato sul territorio romano ingenti capitali con progressivo inquinamento di interi settori economici». È del resto accaduto anche in altre metropoli, da New York a Londra.
È stato o no il ministro dell’Interno Giuliano Amato, in visita a Napoli a febbraio, a meravigliarsi per il «gigantesco consumo di cocaina e la spaventosa domanda»? E tutta quella massa di denaro «sporco» dove e come volete che sia riciclata?
Si può continuare a fare gli struzzi, e mettere la testa sotto la sabbia, e continuare a ignorare una realtà che gli investigatori più avveduti ben conoscono. Non è però la cosa più utile, opportuna e necessaria.