Ecco perché difendo il cappuccino

E me ne vado a farmi un cappuccino. Proprio là dove il barista si ricorda sempre che mi piace senza schiuma e c'è la ciambella densa di colesterolo e crema, che fa ingrassare solo a vederla. E si parla del tempo, reso splendido dall'effetto serra, mentre il barista pulisce le gocce di caffellatte, che ho purtroppo sparso ovunque, nell'inzuppamento. Il tutto, certo, lo pago più caro cogli euro, che grazie a chi li ha inventati valgono ormai solo mille lire l'uno. Tuttavia ne ricevo ogni volta un grazie. E dovrei pure ricordarmi se ho ricevuto lo scontrino? Educarmi ovvero all'invidia di fare un dispetto, per compiacere il ministro Visco? Ma sarebbe come non mangiare il bombolone alla crema, per dare retta alle manie salutiste di qualche ministra in fregola di pubblicità. Un volersi male. E inoltre un non senso. Infatti ho calcolato i tassi di profitto di tutti i settori produttivi, anche quindi dei pubblici esercizi dal '90 al 2004. Ed ecco: i risultati di gestione unitari, lordi delle tasse ancora da pagare, si sono enormemente impoveriti negli ultimi anni. Ciò malgrado un sensibile aumento dei prezzi. Dunque pure il mio barista non sciala.
Infatti qualcosa proprio non torna nei pur sempre spocchiosi ragionamenti del ministro Bersani, e che adesso ci tocca pure sentire doppiati da Mastella ministro. I bar sono tra i settori più «liberalizzati», in cui occupazione e licenze sono cresciuti, e di molto. Ma questo aumento della concorrenza ha fatto solo calare i margini di profitto, non i prezzi. Da cervelli, scopritori tardivi del mercato, non potevamo aspettarci di meglio. Né i talenti econometrici del ministro Mastella si può sperare migliorino le difettose algebre concorrenziali dei nostri liberalizzatori rossi. E però costoro più sparlano di aumentare le licenze, meglio sono elogiati, applicatori epici di una panacea universale e liberista. Mentre i fatti dimostrano il contrario. Giacché il problema dei bar, e di tutto il settore dei servizi, non è di aumentare ancora le licenze, e gli occupati dipendenti o indipendenti. Senza una crescita di produttività, un aumento dei bar diminuisce il valore aggiunto procapite, ma non i prezzi. Pertanto, il vero problema sarebbe elevare la produttività, non gli occupati.
Detto più prosaicamente. Si vogliono favorire le cooperative, bene: allora può servire aumentare le licenze dei taxi, e così trasformarli in un mestiere da extracomunitari. Perché questo è l'esito, se non s'aumenta la produttività, e si bada soltanto ad elevare gli occupati. Se invece si vincolano i taxi a rinnovare le auto, a organizzare meglio le centraline e a più corse medie al giorno s'aumenterà la produttività. Col che si otterranno cali dei prezzi stabili e sani. Altrimenti c'è il suk, ovvero il mercato di plebi impoverite del Terzo Mondo che solo chi ha sbagliato mestiere, può elogiare. Crollo dei prezzi, aumento delle licenze, senza più produttività ci faranno risvegliare a Bombay. In quel circuito di impoverimento che appunto i cervelli inadeguati dei nostri comunisti pentiti, e liberisti goffi, assecondano. Tra l'altro, come dovrebbe sapersi, in Italia i lavoratori indipendenti sono circa il doppio di quelli di Francia, Germania o Gran Bretagna. Dunque è verosimile che si riducano. E sarebbe quindi molto europeo rallegrarsi per qualche licenza di bar o avvocato in meno, ma fargli migliorare il pregio del loro lavoro. Il che significa, tradotto in misura monetaria, far aumentare il loro valore aggiunto procapite, ch'è la produttività. Lasciando intatta la mia libertà. Perché sia io, sia voi, cari lettori, al cappuccino ci teniamo, e pei baristi non abbiamo i rancori, né le invidie, che il governo asseconda.