Ecco perché Fiat può restare a Torino

Il trasferimento della sede a Detroit è solo un’ipotesi. Ma si può
evitare, a condizione che il gruppo investa in Italia come programmato e
che finiscano i contrasti all’interno delle fabbriche e nei tribunali

L’amministratore delegato di Fiat auto Sergio Marchionne ha dichiarato che la fusione fra Fiat e Chrysler è una prospettiva concreta e che la direzione centrale della nuova grande multinazionale potrebbe essere a Detroit anziché a Torino.
Dunque, una notizia buona, Fiat auto si rafforza perché fondendosi con la rinata Chrysler diventa parte integrante di una grande società automobilistica intercontinentale e non rischia più di essere fagocitata da una casa europea, tedesca o francese o di essere svenduta a General Motors, diventandone una sussidiaria, come si poteva temere qualche anno fa. Con Chrysler che fa auto grandi e auto a quattro ruote motrici, Fiat che fa auto piccole e medie a basso consumo e auto sportive brillanti ha una sinergia autentica. Ma anche una notizia che è una sfida.
Fiat potrà mantenere la sede a Torino se anche essa si risanerà, e si smetterà lo scontro all'interno della fabbrica e quello in tribunale con le carte bollate, da parte dei sindacalisti di Fiom e Cgil. Può sembrare che a 150 anni di distanza, per Torino si ripeta il destino, di quando la capitale dell'Italia andò prima a Firenze, poi a Roma. Ma la storia non si ripete, perché la situazione è totalmente differente. Infatti ciò che è in gioco non è una localizzazione vantaggiosa dal punto geografico per l'unità nazionale, ma dal punto di vista economico. E la scelta non sarà politica, come spesso è accaduto nel passato per questa grande impresa e per molte altre grandi imprese private italiane. Sarà economica e non sarà decisa né a Roma come capitale dell'Italia, né a Torino come sede del comune o capoluogo di Regione, né a Washington capitale degli Usa o a Lansing capitale del Michigan in cui si trova Detroit. La decisione sarà presa dal vertice aziendale tenendo presenti i dati economici e finanziari, con l'occhio sia alla Borsa, sia (soprattutto) al capitale umano.
Pertanto è completamente fuori di posto la linea di Susanna Camusso, capo della Cgil, che pensa che "convocando" Marchionne il governo possa risolvere la questione. La parola stessa «convocare» in questo caso è sbagliata. Non siamo né in Tribunale ove i pm convocano le persone «informate dei fatti», né in un condominio ove l'amministratore convoca i condomini in assemblea, né in una caserma in cui il capitano convoca i sottoufficiali a rapporto. È più appropriato il termine del Ministro delle attività produttive Romani, che ha fatto sapere che «incontrerà» l’ad. di Fiat per discutere con lui.
Fiat spa è un soggetto autonomo e il governo non la può chiamare a rapporto, può solo spiegare che cosa intende fare, per quel che riguarda ciò che è di sua competenza, per far si che le scelte di Fiat, basate su leggi economiche e non politiche, si indirizzino per la sede centrale su Torino. Lo stesso vale per al regione Piemonte e per il Comune. Ma, a parte le imposte e la Tav Lione-Torino-Kiev, che sono un importante fattore di localizzazione, la maggior parte delle variabili che indurranno Fiat a far rimanere a Torino la sede centrale riguardano i lavoratori ai vari livelli. Da quelli degli stabilimenti Fiat non solo di Mirafiori, ma nel resto di Italia e nell'indotto, a quelli nella tecnostruttura dell'impresa. Ed a questo riguardo è fondamentale lo schema Marchionne di relazioni con il mondo del lavoro, quello del contratto che è stato firmato dalla maggioranza dei lavoratori di Pomigliano e di Mirafiori, ispirati al principio del massimo utilizzo degli impianti e dei servizi. E quindi più produttività e flessibilità, con controllo degli assenteismi pretestuosi, con premi di produttività, eventuale partecipazione agli utili e aumenti di paga se i risultati sono buoni.
Quando ci fu il referendum a Mirafiori, con una punta di veterocomunismo, i sindacalisti della Cgil dissero che il «si» era passato perché a suo favore avevano votato quasi tutti gli impiegati. In effetti c’era stata la maggioranza per il «si» anche fra gli operai, ma è vero che i collettivi bianchi erano stati in stragrande maggioranza a favore. Ora questo evento, allora disprezzato, va tenuto presente, perché la sede centrale viene posta in un luogo se attorno ci sono stabilimenti del gruppo e imprese dell'indotto, ma soprattutto se la struttura impiegatizia e direzionale lavora bene. Del resto una multinazionale può avere una direzione articolata, con varie sedi. L'essenziale è capire che il destino è nelle nostre mani.