Ecco perché è giusto che il Lisippo resti negli Usa

È stato accolto con cimbali e fanfare l’ordine impartito agli Stati Uniti dal giudice di Pesaro di restituire all’Italia una statua greca. Quasi un soprassalto di orgoglio nazionale. La statua è l’Atleta vittorioso, vigoroso nudo a grandezza d’uomo, tipo bronzo di Riace, attribuito allo scultore proto ellenistico Lisippo. L’Atleta è attualmente nel Getty Museum di Malibu (California) che lo comprò nel 1977 per quattro milioni dollari. Il giudice italiano ha confiscato a distanza l’opera mandando sulle furie gli americani che sostengono la regolarità dell’acquisto.
Le ragioni del conflitto somigliano a un’avventura. Per misteriosi e millenari motivi, l’Atleta catapultato dalla terraferma greca finì in mare. Fu ripescato nel 1964 al largo di Fano da un peschereccio che se lo trovò impigliato nelle reti. Portato a riva, l’armatore lo sotterrò per nasconderlo ai finanzieri. Ceduto per tre milioni di lire a un antiquario di Gubbio, l’Atleta entrò in una spirale di compravendite tra Milano, Brasile, Monaco di Baviera, fino all’acquisto, in apparenza con tutti i crismi, del museo californiano. I crismi sono stati contestati da Francesco Rutelli, ministro dei Beni culturali dell’ultimo governo Prodi. Cicciobello si era fitto in capo di recuperare una cinquantina di opere variamente sottratte all’Italia e approdate a Malibu. Nel 2007, il Getty Museum ne restituì diverse ma non l’Atleta. Nei giorni scorsi, il giudice ha deciso che anche il presunto Lisippo debba tornare tra noi.
Il decreto ha suscitato tripudio. Gongola Francesco Rutelli, tv e giornali si accodano, gli esperti si stropicciano le mani. Giusto - dicono - che l’Atleta torni dove è riemerso. Ottimo che si dia una lezione ai trafficanti e all’equivoco Getty Museum. Lo storico dell’arte Flaminio Gualdoni, intervistato da Libero, ha aggiunto: «Meglio che stia da noi. In California si va a fare surf, non a vedere antichità». Osservazione da vecchio europeo secondo cui la California coincide con le bistecche, gli hamburger, la corsa all’oro, rugby e surf. Non pervenute invece Silicon Valley, Berkeley (tra le grandi università del mondo), l’ottanta per cento del cinema e la più seguita letteratura dell’orbe terracqueo. Professore, faccia uno sforzo di comprensione e ammetta che almeno trenta californiani (il numero dei lettori di don Lìsander), perfino loro, sarebbero in grado di apprezzare quello che l’Italia vorrebbe sottrargli.
Un virus sta attecchendo per ogni dove: l’idea che le nazioni, per rispetto di se stesse, debbano riportare nei propri confini le opere artistiche che le vicissitudini della storia hanno sparpagliate per il mondo. Se la moda prende piede, è il caos. Capisco scoraggiare il contrabbando ma rimettere in discussione la distribuzione mondiale dell'arte è ottuso.
Lasciamo il grottesco caso dell’Atleta. La statua è greca e il fatto che sia stata presa alla lenza in acque territoriali non dà all’Italia alcun diritto morale a rivendicarla. Se lo fa, è in base a un’elementare regoletta privatistica: la res nullius appartiene a chi se ne impossessa. Quanto di più primitivo e incolto ci sia. Semmai, è la Grecia che può accampare diritti. Ma ha altre gatte da pelare.
Un’opera d’arte fuori dai confini del Paese che l’ha prodotta, è il biglietto da visita del popolo che l’ha concepita. L’Italia moderna non è al top della considerazione internazionale. Su questo, mi sembra, c’è un malinconico accordo. Se è tuttora ammirata, è per la sua inimitabile storia artistica. Il veicolo principale che alimenta questo sentimento è lo sparpagliamento nel mondo delle testimonianze del suo genio. Per noi, fa più la Gioconda al Louvre che le chiacchiere all’Unesco di cento delegazioni ministeriali. Il nostro fiore all’occhiello è il patrimonio uscito clandestinamente, venduto per venalità, sottratto con la forza. Dobbiamo essere grati a un brigante come Napoleone che ci ha spogliati, a mercanti senza scrupoli che ci hanno depauperati, alle armate che hanno razziato le nostre cose. L’Italia è onnipresente - nota, famosa, imprescindibile - grazie a costoro. Se è stata per secoli meta obbligata del Grand Tour, se pullula tuttora di turisti, è perché gli stranieri ne hanno avuto un assaggio nei loro musei. L’amore e la curiosità per l’Italia è nata dai torti che ha subiti. Per un fantastico procedimento alchemico, gli impoverimenti che ha patito sono il lustro che gode sulla scena mondiale. Meno della metà delle opere che possediamo sono regolarmente esposte. Il resto giace invisibile negli scantinati dei palazzi. Fosse per me - all’inverso della filosofia rutelliana - le distribuirei in tutto il globo, dalla Mongolia alla California. E l’Italia sarebbe più stimata, più grande, più amata.
Voi direte: la nostra è un’eccezione, siamo tanto pieni di arte da poterne scialare, ma Paesi che ne hanno meno non hanno pieno diritto a chiedere il rimpatrio dei loro monumenti? No. Sono proprio questi popoli che si avvantaggiano di più della disseminazione. Prendiamo i sontuosi resti assiro-babilonesi che sono a Berlino o a Londra. Se non fossero al British Museum o al Pergamon solo pochi, avventurosi o pazzi, potrebbero guardare con i propri occhi l’arte mesopotamica. Le nazioni che oggi occupano l’area, Irak e Iran, sono chiuse, gelose, ostili, xenofobe. In lotta tra loro e in guerra permanente. Sono l’Europa e l’Occidente che custodiscono le memorie della Persia antica e di Babilonia. È il resto del mondo che - in attesa di tempi migliori - tiene alto il ricordo della grandezza che fu. Se ancora quei Paesi godono di rispetto e prestigio è perché parte del loro patrimonio è in mano altrui.
È recente la vicenda della stele di Axum, l’obelisco che le milizie fasciste trafugarono in pezzi durante la guerra etiopica del 1935 trasportandolo a Roma. Fu ricomposto e innalzato davanti alla Fao, ente dell’Onu. Per 70 anni è stato il simbolo dell’Etiopia e di una sua antica civiltà per una platea infinitamente più vasta che la terra di origine. Era sì un bottino di guerra ma milioni, dei più disparati Paesi, hanno potuto ammirarlo e farsi un’idea delle glorie di un popolo lontano. Gli etiopi - senza valutare - se ne sono adontati e ne hanno preteso la restituzione. L’obelisco è tornato ora nella valle di Axum confuso tra altri identici e l’Etiopia ha cancellato il suo emblema tra le nazioni. Ha vinto una piccola battaglia ma si è oscurata agli occhi del mondo.
È tutto quello che volevo dire.