Ecco perché i cani possono mordere liberamente

Nino Materi

La storia dei «cani-killer» e dell’emergenza periodica sulle razze a rischio ritorna puntuale. E non mette d’accordo nessuno, neanche sulla stessa definizione di «cani-killer». Basta infatti parlare con un qualsiasi etologo per sentirsi dare sempre la stessa risposta: «I cani-killer non esistono, esistono invece padroni responsabili o criminali». Sul punto è d’accordo il professor Danilo Mainardi che però tiene a spostare l’attenzione su due aspetti cruciale del fenomeno: «Il rispetto delle leggi e il contrasto della selezione dei cani per il combattimento». Qui il discorso si incaglia subito, perché dal punto di vista normativo siamo in pieno marasma legislativo e gli allevamenti dei cani-gladiatori frutto di «razze ibridate» si stanno sviluppando sempre di più.
Nell’analisi del quotidiano «bollettino degli azzannamenti» (ieri nel Padovano un’altra bambina è stata ferita al volto dal rottweiler di famiglia nel giardino casa, mentre migliorano le condizioni del bimbo aggredito sempre da un rottweiler due giorni fa a Udine) non si può tener conto dell’attuale confusione di regole che spesso si contraddicono tra loro e della moda dei «cani feroci».
Per inquadrare il problema è fondamentale un passo indietro di tre anni: siamo nel 2003 e l’allora ministro della Salute Sirchia ha il merito di affrontare, per la prima volta, il tema dei «cani-killer». Un esordio piuttosto infelice, visto che nel primo elenco delle «razze vietate» figuravano ben 92 specie, comprese quelle apparentemente più innocue. Apriti cielo, animalisti e padroni di cani da salotto cominciarono a guaire più dei loro amici a quattro zampe e così il povero Sirchia si ritrovò con le orecchie basse come un cocker. Risultato: le razze proibite scesero da 92 a 60. Ancora troppe, urlarono i cinofili; Storace (nel frattempo subentrato a Sirchia) si adeguò e la black-list dei «cani morsicatori» si ridusse a 12. Ma non era ancora finita, visto che un’apposita «Commissione pitbull» del Consiglio superiore di Sanità riuscì a trovare il sistema anche di «riabilitare» questi ultimi attraverso l’eventuale superamento di alcuni test di «natura psico-comportamentale».
Ciclicamente torna anche il vecchio tormentone del «patentino di non pericolosità» consistente in quattro prove: la «prova del postino» (si osserva se il cane, visto un ciclista, lo rincorre o tenta di morderlo); la «prova dello sparo» (si esamina la reazione del cane di fronte a uno sparo improvviso); la «prova dell’estraneo» (si controlla il comportamento del cane quando arriva uno sconosciuto»); la «prova dell’ubbidienza» (si verifica il grado di obbedienza del cane ai comandi del suo padrone). Ma il «patentino», al momento, è rimasto lettera morta. Idem per il divieto di allevare e importare cani ad alto rischio e l’obbligo di sterilizzare gli animali che hanno aggredito qualcuno; proposto - ma mai entrato in vigore - pure l’uso di uno speciale collare giallo per i «morsicatori recidivi».
L’unica misura di prevenzione attualmente in vigore (l’attuale ministro della Salute, Turco, ha già dichiarato che i «“cani killer” non rappresentano un’emergenza») è quella che prevede «l’obbligo di indossare la museruola nei parchi pubblici, nelle aree pedonali e nei luoghi frequentati dai bambini»; un divieto per di più parziale, considerato che sono esentate le razze che «non superano i 30 centimetri di altezza». Un’esclusione che non ha senso, dal momento che gli etologi concordano nel dire che i cani «buoni» (o «cattivi») per natura non esistono: a fare la differenza è solo la capacità di educarli nella maniera giusta o sbagliata.
Ma, al di là della «taglia», basta fare un semplice giro in un parco pubblico per vedere come nessun cane indossa la museruola e solo uno su dieci viene tenuto al guinzaglio. I vigili si guardano bene dall’intervenire e ogni anno le multe per i padroni indisciplinati sono numericamente risibili.
«Troppi padroni allevano i cani senza averne la dovuta preparazione - sottolinea l’etologo Giorgio Celli -, c’è chi considera certe razze uno status symbol di potenza e qui cominciano i guai, perché la tendenza sarà quella di riversare sull’animale istinti di violenza che in realtà sono latenti nell’uomo». Ma può esserci anche il cammino inverso, a indicarlo è il professor Mainardi: «Il bulldog è l’esempio più confortante, da che si è smesso di utilizzarlo per affrontare i tori, è diventato un pacioso cane di compagnia».
Ma attenzione a non fare confusione tra un cane vero e un cane di peluche: «Il secondo è un giocattolo, il primo è un essere vivente con i propri istinti che restano comunque imprevedibili - spiega l’etologo Giovanni Sarli -. Non vorrei mai assistere alla scena di bambini che abbracciano e baciano cani come se fossero pupazzi. La colpa per eventuali disgrazie, in questi casi, è esclusivamente dei padroni».