"Ecco perché i miei 'polpettoni' vendono tanto"

Intervista a Sparks, il celebre capofila degli scrittori romantici &quot;new romantic&quot;. Nel suo ultimo romanzo <em>La scelta</em> il dilemma di fronte alla dolce morte: &quot;Non capisco l'eutanasia. L'amore vuole sempre la vita&quot;

Kevin Costner ti guarda con i suoi indagatori e sornioni occhi azzurri: quelli di chi ha fatto il bodyguard a Whitney Houston sopportando isterie e vocalizzi, di chi è stato menato dagli scagnozzi di Anthony Quinn per avergli rubato la donna, e di chi ha rischiato di trovarsi con il sedere per terra nei sentimenti e nel portafoglio ed è memore dello scampato pericolo. Infatti, il titolo dell’intervista che accompagna la foto è: Adesso che ho perso l’innocenza. E tu pensi: fascinoso, si diventa così quando si perde l’innocenza? Porta un maglioncino di cachemire color borgogna e jeans délavé, se ne sta disteso mani dietro la nuca su una sdraio da cinquemila dollari a bordo piscina. È prima o dopo il flop di Waterworld? Prima o dopo il disastroso divorzio da Cindy Silva? Ad ogni modo, dall’articolo emana ancora lo strano ottimismo tipico degli americani: quello di chi, piuttosto che vincere sempre, ritiene più importante rialzarsi dopo una sconfitta. All’epoca, gli arresti in piena Wall Street dovevano comunque essere molto lontani.

Il motivo per cui rammemoriamo tutto questo, e nei dettagli? Perché è da poco uscito l’ultimo romanzo di Nicholas Sparks, La scelta (Frassinelli, pagg. 304, euro 19, traduzione di Alessandra Petrelli), ed è finito subito in classifica. Nicholas Sparks è il Kevin Costner del best seller americano: l’icona new romantic per eccellenza, l’idolo dei librai e della grande distribuzione. Non ha mai corso il rischio di bancarotta, né con libri sbagliati, né con tempestose separazioni coniugali, sembra a tutt’oggi non avere un capello grigio e deve il successo mondiale del suo Le parole che non ti ho detto proprio a Kevin Costner, che nell’omonimo celebre film sguazzava come un pesce nell’acqua: riprova, questa, di una misteriosa affinità tra alcune fisionomie di attori e certi immaginari romanzeschi. Doppio legame, quello tra Sparks e il cinema, proseguito con I passi dell’amore e Le pagine della nostra vita: si rinnoverà a fine anno quando in Italia uscirà il lungometraggio interpretato da Richard Gere e Diane Lane tratto dal suo Come un uragano. Un drammone glamour e sentimentale, degno di Sparks: uno dei pochi scrittori la cui vita somiglia, e tanto, a ciò che scrive e ai patinati film che se ne traggono. L’abbiamo intervistato, tra una sua sessione di cardiofitness e una - sempre sua, ovviamente - camminata in riva all’oceano.

L’amore con i suoi problemi di «responsabilità» è il nucleo dei suoi libri, tuttavia non sembra una scelta commerciale, ma qualcosa che le appartiene profondamente.
«È così. Essere sposato, avere figli, oltre che amici e altri familiari, implica che spesso io compia le mie scelte tenendo in considerazione i desideri altrui, non soltanto i miei. Senza questo, l’amore non significa nulla. L’amore ha una duplice natura: è un sentimento e, allo stesso tempo, un modo di agire. Ritengo che l’amore più profondo sia quello che viene mostrato e non solo provato».

Pensa che la società, oggi, giochi contro il rapporto tra uomo e donna? Quanto è difficile seguire valori come la fedeltà o la condivisione in una civiltà consumista?
«Il rapporto tra uomo e donna - come ogni altro tipo di relazione - è sempre impegnativo. Per quanto concerne il ruolo della società, suppongo che dipenda dal singolo individuo. Se ci si focalizza su alcuni valori - onestà, integrità, fedeltà, bontà, pazienza - e ci si sforza di migliorare questi aspetti nella propria vita, penso che si finisca per attrarre persone che fanno altrettanto. Fatto ciò, diventa piuttosto semplice “spegnere” il rumore della società contemporanea».

Il protagonista di La scelta si trova di fronte a un dilemma morale che riguarda proprio la persona che ama: l’eutanasia. Come si dimostra amore in un contesto simile?
«Mi chiedo: “staccare la spina” significa praticare l’eutanasia oppure semplicemente consentire lo svolgimento del corso naturale degli eventi? Penso sia necessario decidere volta per volta, ma non vi percepisco qualcosa di moralmente condannabile, almeno non in senso assoluto».

Ma è un gesto impossibile da conciliare con la visione dei sentimenti che traspare dai suoi romanzi...
«Volevo soltanto dire che mettere fine a una vita alimentata in modo artificiale non è comparabile a uccidere una persona. I miei convincimenti morali prendono le mosse dalla tradizione giudaico-cristiana. Credo che se Dio vuole che un essere umano viva, sceglie di intervenire per salvare questa vita: ha il potere di farlo, con o senza una macchina».

Nicholas Sparks e Hollywood: l’argomento è piuttosto esteso...
«Il cinema entra nella concezione dei miei libri solo per il fatto che cerco di scrivere storie diverse da quelle che vedo sul grande schermo. A esempio, non scriverei mai una storia d’amore ambientata sul Titanic, anche se non è mai stato scritto un romanzo su questo argomento, perché sarebbe considerato poco originale. Quando traggono un film dalle mie opere, mi piace andare sul set, anche se lì le cose sono diverse da quanto si possa immaginare. Ci sono molti tempi morti - a esempio durante la costruzione delle scenografie - ma è divertente conoscere gli attori».

Lei ha venduto milioni di copie, ed è tradotto in più di venti lingue. Pensa che letteratura e best seller possano andare insieme?
«Certo. Il mio Le pagine della nostra vita, a esempio, qui in America è considerato un classico moderno, come Il cantico di Natale di Charles Dickens o Addio alle armi di Ernest Hemingway. Quando apparve per la prima volta, nessuna di queste opere era considerata “letteratura”. Ma in definitiva sono i lettori e non i critici che scelgono i libri che rimarranno, perché i sentimenti sono universali e continueranno a esserlo per sempre. È chiaro che ben poca letteratura moderna verrà letta fra un secolo, ma a esempio Stephen King sarà ancora letto e studiato: affermare il contrario significherebbe credere che il genere horror non esisterà più, il che ovviamente è impossibile. Lo stesso discorso vale per le storie d’amore di qualità. La forza dei thriller, invece, si affievolisce più facilmente, visto che questo genere è legato al cambiamento delle condizioni storico-culturali».