Ecco perché l’Avvocato disse che Lippi non è la solita minestra

Voluto da Agnelli, quando tornò alla Juve vinse due scudetti. Ma nessuno oltre a Pozzo ha fatto il bis come ct

Rieccolo, all’orizzonte, l’uomo di Viareggio. Mai ritorno fu così annunciato. Colui che ha riportato dopo ventiquattro anni la Nazionale sul tetto del mondo sta per tornare alla guida degli azzurri e rilanciare così l’orgoglio italico ferito dalla figuraccia austrosvizzera. Si poteva fare a meno di Marcello Lippi? Il dibattito è già aperto e si trascina dai giorni dell’Europeo, con un Donadoni rimasto sempre sul filo del rasoio anche dopo le rassicurazioni (e l’accordo) sul nuovo contratto.

Qualcuno parla di «minestra riscaldata», tanto per usare un termine stra-abusato nel calcio. A tal proposito possiamo ricordare le esternazioni del compianto avvocato Agnelli, che nel 2001, quando la Juve stava per esonerare Ancelotti e richiamare Lippi a soli due anni di distanza dalla fine del primo rapporto, rispose: «Si tratta di vedere la qualità della minestra prima di riscaldarla».

Il ritorno di Lippi in bianconero (tre anni fra il 2001 e il 2004, prima quindi dell’avventura azzurra) fu positivo e diede ragione all’Avvocato: due scudetti, due Supercoppe italiane e una finale di Champions persa ai rigori a Manchester con il Milan. Trofei che allargarono la sua già ampia bacheca personale. Che possa ripetersi in nazionale è tutto da dimostrare e non è così certo. Lui stesso sa benissimo che in un Paese come il nostro, dove la memoria è corta, un fallimento potrebbe anche far dimenticare la notte da sogno del 9 luglio 2006. La storia dei Mondiali dice che Vittorio Pozzo (ma parliamo del calcio anni ’30) è stato l’unico ct a fare il bis in due edizioni consecutive. La storia del nostro campionato dice invece che solo i grandi (e compianti) Parola e Rocco sono riusciti a vincere nei loro ritorni sulle stesse panchine. Nell’impresa hanno fallito, tra i più famosi, nomi del calibro di Capello e Sacchi al Milan, Liedholm alla Roma e sempre con i rossoneri ed Herrera all’Inter. Oltre ovviamente a Trapattoni, pure lui rientrato in bianconero senza centrare traguardi, che non riuscì nemmeno a riscattarsi in Nazionale dopo essere stato confermato ct dall’allora presidente Carraro nonostante un Mondiale nippocoreano (con la complicità di Moreno) da dimenticare.

C’è poi il partito di chi è convinto che il ritorno del ct viareggino sia l’unica soluzione possibile. E che possa essere sinonimo di vittoria. Altri allenatori papabili erano tutti «vincolati», vedi Ancelotti e Spalletti. E il carisma dell’allenatore dagli occhi di ghiaccio è indiscutibile. Fu lui ad andarsene (e lo decise già prima di trionfare a Berlino) per tutto ciò che ruotava intorno a lui in quel momento: lo scandalo di Calciopoli che lo buttò sulla graticola, il figlio Davide indagato per la Gea e una difesa nemmeno tanto convinta dell’allora commissario straordinario della Figc Guido Rossi. Andò via da vincitore e da due anni aspettava questo momento. Sperava che prima o poi sarebbe arrivato, tanto che in ventiquattro mesi aveva detto di no alle avances pure prestigiose di club come il Barcellona o la solita Juventus della nuova era post-Triade. Lui ha tutto da perdere, ma la scommessa lo affascina. E la Federcalcio aveva bisogno di ripartire da un nome, e che nome, da un personaggio che ha trascorso due anni a girare mezza Europa per raccontare in convegni e incontri come si gestisce un gruppo e lo si rende vincente.

Storpiando il celebre motto risorgimentale, fatto il ct, bisognerebbe fare l’Italia. E qui si apriranno nuovi scenari, con battaglie anche «regionalistiche». Si è affacciata la possibilità di ritorni eccellenti come Totti e Nesta, usciti di scena con Donadoni per problemi di rapporti difficili e anche per condizioni fisiche non ottimali. Calciatori di indubbie qualità e che hanno dalla loro un’esperienza internazionale, ma forse non l’età. La rifondazione azzurra (il compito più difficile che attende il nuovo ct) inizierà con i leader più carismatici, ma dovrà passare anche da qualche giovane di talento. Solo allora forse si capirà se si poteva davvero fare a meno di lui.