«Ecco perché Lippi è un uomo della Gea»

L’informativa dei carabinieri sulla società Gea: svelati gli intrecci tra Moggi, il figlio e la rete delle squadre «collegate», dal Siena al Messina

Gian Marco Chiocci Massimo Malpica
«Come procure e attività di merchandising la Gea gestisce circa 300 calciatori, tra cui moltissimi giovani che costituiscono la garanzia di continuità del monopolio esercitato. Orbene, il numero dei calciatori che al momento risultano essere gestiti dalla Gea è tale da poter sopperire alle esigenze di un intero campionato di serie “A” a 20 squadre o “B” a 22 squadre potendo, appunto, fornire gli atleti occorrenti per la formazione delle rose, comprese le panchine. Infatti 300 calciatori corrispondono a 27 squadre formate da 11 giocatori».
Lo screening dei carabinieri sul mondo del calcio italiano, ovvero sul campionato «eterodiretto» dalla Gea, è spietato. Nome per nome, telefonata per telefonata. Uno sterminato elenco di personaggi, ufficiali e no, ricollegabili alla società d’intermediazioni calcistica nel mirino della procura di Napoli. Spuntano campioni affermati, calciatori emergenti, rincalzi di lusso, giocatori a fine carriera ancora vogliosi di un contratto. Eppoi dirigenti sportivi, funzionari e presidenti di squadre di calcio, procacciatori d’affari, allenatori noti e ancora in erba. C’è persino il Ct azzurro, Marcello Lippi. Su di lui gli inquirenti non hanno dubbi: «La Gea, attraverso i propri procuratori e quelli affiliati risulta gestire circa 29 allenatori, tra cui figura il commissario tecnico della nazionale, Lippi, gestito attraverso il figlio Davide, procacciatore Gea». La gestione degli allenatori permette così un controllo sempre più ampio sui club sia attraverso «una favorevole predisposizione nei confronti di tali atleti» sia «nella possibilità per la Gea di far leva sugli allenatori da essa gestiti, per ottenere che i propri calciatori siano inseriti nelle rose come titolari, in modo da promuoverne l’immagine, aumentandone la visibilità e quindi la quotazione di mercato».
Ad aumentare le potenzialità della Gea nei confronti dei mister emergono «le pressioni esercitate sugli stessi tecnici al fine di obbligarli a privilegiare i loro assistiti nella selezione da mandare in campo, ovviamente al fine di mettere in vetrina i loro assistiti a discapito di altri giocatori». L’attività d’indagine ha infatti fornito un’infinità di riscontri non solo sulle grandi società (a cominciare dalla Roma) «ma anche sul tema delle formazioni giovanili (come la primavera della Lazio)». Se, dunque, la Gea può contare su quasi 300 giocatori il risultato che si ottiene «equivale già ad un paradosso che cade ovviamente sugli equilibri di qualunque incontro di calcio e di conseguenza del completo campionato». Stando al rapporto giudiziario risulta «evidente che oltre al Messina, la Gea, sotto la costante ed attenta guida di Luciano Moggi» ha interessi diretti in numerose società: dal Messina al Chievo, dalla Reggina al Livorno, dal Cagliari all’Avellino, dal Crotone alla Reggiana, passando per il Genoa e via discorrendo. Interessi che si tramutano in decisioni a tavolino allorché «il sodalizio designa per ciascuna società un progetto ben definito: dal piazzamento di rispetto in serie “A” al rilancio di squadre che militano in “B” ed in “C”». Anche due presidenti al servizo Gea: De Luca (Siena) e Foti (Reggina). E un ex presidente: Preziosi (Genoa).
«HO DETTO A LIPPI
DI OSSERVARTI»
Non solo pezzi pregiati o campionissimi. Alessandro Moggi raccomanda, o dice di farlo, al ct della Nazionale anche giocatori fuori dal giro azzurro e non proprio giovanissimi. È il caso del difensore leccese Lorenzo Stovini a cui Moggi jr a novembre del 2004 fa intravedere un sogno chiamato nazionale: «Ho parlato di te con Marcello Lippi. Mi ha assicurato che ti tiene sotto controllo anche tramite i suoi osservatori e che valuta una tua eventuale convocazione in maglia azzurra». In alcuni casi avviene il contrario. Sono i giocatori ad accorgersi che la «targa» Gea aiuta sul lavoro. Un anonimo giocatore del Messina parlando col figlio di big Luciano dice di aver avuto assicurazioni «personalmente da Lippi» che la sua convocazione in Nazionale è garantita «anche se gioco una partita sì e tre no».
CARO GIANNICHEDDA
O JUVE O NIENTE
Può un calciatore professionista rinunciare ad alcune centinaia di migliaia di euro di ingaggio, «tradire» la sua società, declinare l’invito – e il proprio desiderio - a seguire un allenatore che insiste per averlo nella sua squadra, solo per assecondare i desiderata della sua scuderia che lo spinge a firmare per un altro club? Se quella scuderia si chiama Gea e se il club che «preme» è la Juventus, sì. Parliamo del passaggio di Giuliano Giannichedda dalla Lazio al club di Torino. Gli inquirenti descrivono analiticamente l’«inquietante operazione a incastro» del procuratore Zavaglia e dei due Moggi nei confronti del centrocampista intenzionato ad andare all’Inter di Mancini, suo ex tecnico alla Lazio. Lucianone al telefono decide che il calciatore non deve assolutamente sfuggire dalla sua morsa per vestire la maglia bianconera, «alza tra il giocatore e tutto il resto del calcio un muro impenetrabile», annotano i militari dell’Arma. E alla fine Big Luciano ottiene quel che cerca: la firma del giocatore. Il presidente della Lazio, Lotito, ormai certo del rinnovo del contratto, scoprirà presto di averlo perso da un bel pezzo a parametro zero. Anche l’Inter è fregata: nonostante gli abbia garantito un milione e mezzo di euro l’anno, il giocatore si accontenta del milione e cento della Juve. Tutto comincia il 25 gennaio 2005.
Moggi: «Ho detto a Zavaglia che Giannichedda non deve firmare con la Lazio, così lo prendiamo a parametro zero l’anno prossimo».
Capello: «Bene...».
M: «Comunque ne parlerò anche con Papadopulo (allenatore della Lazio in quota Gea, ndr). E Cesar non va all’Inter, almeno fino a giugno resta a Roma».
Due giorni dopo Moggi padre chiama Moggi figlio.
Luciano: «Convinci Giannichedda che deve venire a Torino».
Alessandro: «Guarda, si è fatta avanti l’Inter. Mancini ha fatto offrire un milione e mezzo di euro».
L: «Il giocatore assolutamente non è da perdere. Se ci so’ problemi dimmelo che lo chiamo direttamente io».
A: «No, ma perderlo no, è impossibile. Intanto ho chiuso la trattativa col Milan per la cessione di Jankuloski dall’Udinese. Ma non si deve sapere fino a luglio».
Passano 24 ore.
Alessandro Moggi: «Guarda che ha detto che firma per la Juve solo se gli diamo un milione e due perché l’Inter gli dà uno e mezzo».
Luciano Moggi: «Dammi il suo numero. Mo’ lo chiamo io».
La stessa sera Moggi telefona al giocatore, gli ufficializza l’offerta. Un milione e cento, prendere o lasciare. Giannichedda tentenna. Moggi fa pressing su Zavaglia, il suo procuratore.
Alessandro Moggi: «Franco, convincilo tu, digli di firmare, fagli capire che all’Inter va a fa brutte figure. A noi se l’operazione va con la Juve è meglio perché lui ce perde ma noi prendiamo duecentomila euro in più». L’operazione si chiude. Il tre febbraio il giovane Moggi chiama raggiante il padre. Zavaglia ha fatto un buon lavoro, Giannichedda sta per firmare. Alessandro: «Papà, lui è qui vicino a me, ora firma, domani ti faccio avere il contratto». Due giorni dopo Lotito è ancora all’oscuro di tutto.
Lotito: «A Zava’, ma quando chiudiamo la pratica Giannichedda?».
Zavaglia: «Presidente, quando vuoi, basta solo che ci incontriamo».
L: «Eh, io aspetto... mi dici che non ci sono problemi».
Z: «Nessun problema, sono stato un po’ impegnato. Ora chiudiamo, tranquillo...».
Anche Capello è all’oscuro del «regalo» di Moggi. Il 10 febbraio, dopo pranzo, l’allenatore chiama il Dg preoccupato.
Capello: «Luciano, leggo che su Giannichedda ci stanno altre squadre...».
Luciano: «Fabio, vai tranquillo. Ha già firmato per noi».
LA GEA IMPONE:
AQUILANI E D’AGOSTINO
Due giocatori per un allenatore, tutto in famiglia. Il 27 ottobre del 2004 la Roma allenata da Gigi Del Neri (Gea) è nel caos. Ma la cosa che più interessa al procuratore Zavaglia è lo scarso utilizzo di due calciatori targati Gea: D’Agostino e Aquilani. Ne parla con Massimo Brambati, assiduo collaboratore della Gea, vicinissimo ad Alessandro Moggi e tutor occulto di Del Neri. Discutono del caos negli spogliatoi, di Cassano «che è un cretino», di Totti «che deve pensà solo ai cazzi suoi», di Panucci che fa le bizze. Zavaglia critica il ds Baldini (nemico giurato dei Moggi, ndr), detestato «da 5 o 6 giocatori, compreso De Rossi». Eppoi vanno su Del Neri, che è nel panico per quanto accade nello spogliatoio. Ma che ora deve dare retta a loro e far giocare Aquilani e D’Agostino.
Zavaglia: «Non vorrei che ci fosse... la mano di Baldini per non fa giocà... perché mo te dico un’altra cosa, noi ci abbiamo due giocatori là, Aquilani e D’Agostino. Aho, con gli altri giocavano, bene o male, è arrivato Del Neri e non giocano più, eh!!... Capito?».
Brambati: «Ma Aquilani è entrato domenica».
Z: «Ho capito, ma 5 minuti, un contentino dai! Non serve, no? Oppure se lo fai entrà per farlo giocà fuori ruolo, lascia perde, no? Ma poi anche per dargli una infarinatura sulle caratteristiche e le qualità dei giocatori perché, secondo me, lui sta in grande confusione, eh?... perché nun li conosce i giocatori, eh? Ma perché deve perde tutto sto tempo quando uno glie po’ da una mano su questo aspetto? Capito?... Comunque dai, vedi un po’ di venì la prossima settimana!... Ma tu quanto tempo è che non lo senti, lui?».
B: «L’ho sentito... dopo la partita... cosa è stato, lunedì, l’altro ieri!».
D’Agostino poi cambierà squadra. Sotto l’ombrello Gea andrà in una società satellite, il Messina dell’amico Franza, quello che chiede a Luciano Moggi di raccomandarlo col Viminale per un incontro col prefetto. «Tutta l’operazione - annotano gli investigatori - viene eseguita, come sempre, sotto l’attenta super visione del dg bianconero, tanto che tutti i protagonisti della vicenda prima di procedere alla ratifica del trasferimento chiedono ed ottengono il placet di Moggi».
QUANDO LA GEA
È POCO CHIARA
Chiara Geronzi, figlia di Cesare e socia della Gea, detta «ordini» ai suoi colleghi su come andrebbe curati gli interessi dell’allenatore romanista dell’epoca, Del Neri. Alessandro Moggi, fermo nel traffico, parla al telefono con Franco Zavaglia. E i toni non sono carini verso la ragazza-manager.
Moggi: «Dunque, ti pregherei per favore, di non parlà con Chiara Geronzi di Del Neri. Perché io è l’ultima volta che mi sento fa una telefonata da Chiara Geronzi.. che dice “ma noi lo dobbiamo gestire così...” ...“dobbiamo fa quell’altro” ...“perché qua, perché là”, ...“perché Del Neri deve essere consigliato”. Caro Franco, Chiara Geronzi non mi può dire quello che devo fa io! Ora io ieri già gliel’ho un po’ fatto capì, spero che non mi dica più niente! Quindi ti pregherei, tanto Chiara non sa niente del pallone, se è quadrato o se è rotondo, no? Quindi che mi viene a dì a me come un allenatore deve fa le cose, mi viene da ride!».
DOPO IL DOPING
UN AIUTO A TACCHINARDI
La Grande Famiglia non pensa solo a piazzare giocatori, allenatori, dirigenti sportivi. Giustamente si preoccupa dei «figli» quando incappano in disavventure varie. È il caso di Alessio Tacchinardi, centrocampista della Juve, coinvolto nello scandalo doping nel processo di Torino. Il 15 ottobre 2004 telefona al piccolo Moggi per rivendicare che sia fatta giustizia. I valori alterati dell’emoglobina nel sangue dopo la polmonite erano strabilianti, nonostante l’assoluzione teme che il suo nome resti infangato. Quello che chiede è una riabilitazione, anche mediatica. Moggi lo tratta come uno di famiglia, e lo tranquillizza. «Fammi vedere il tuo fascicolo processuale, ne parlo con papà e con Trofino e Chiappero (avvocati di Moggi e della Juve) ripuliamo la tua immagine. Sicuro».
COME È MANSUETO
IL LUPO IRPINO
Comandano i Moggi in casa dell’Avellino. Sono loro che plasmano la squadra, e la società. Quando si attivano le intercettazioni è tutto un gran daffare, tra gli uomini Gea, per sostituire il direttore sportivo. Riunioni carbonare, telefonate incrociate, strategie mirate: «Già all’inizio del campionato - si legge nel dossier - l’ossatura societaria era completamente strutturata e plasmata dallo stesso Luciano Moggi, partendo dal vertice con il presidente Massimo Pugliese, alla base con lo stuolo di giocatori targati Gea, fino all’allenatore, Antonello Cuccureddu poi esonerato e sostitutito da Francesco Oddo, sempre della medesima scuderia e al direttore sportivo, Salvatore Fiore, anch’esso portato dal predetto e poi sostituito da Luigi Pavarese». E con Pavarese, chiosano i carabinieri, la Gea la fa definitivamente da padrone. E anche all’Avellino, alla fine, non va male. Sconfigge il Napoli ai play off di C1, sbarca in B e costringe l’ex squadra di Moggi e Maradona a un altro anno nell’inferno della terza divisione.
LIVERANI, NON È IL «CASO»
DI ANDARE A GENOVA
È ancora oggi uno degli uomini-mercato della Lazio. Ma già a novembre 2004 Fabio Liverani sbuffava e puntava i piedi. A metà mese telefona a Moggi junior.
Liverani: «Alessandro scusa, qui la situazione con l’allenatore (Mimmo Caso, ndr) non va proprio. Non gioco nemmeno la prossima. Io a gennaio me ne voglio andare via».
Moggi: «Su forza, Fabio, domani ne parlo col tuo presidente...».
Passano due settimane. Il Genoa di Serse Cosmi (e della Gea) preme per portarlo in rossoblù. Il centrocampista richiama il suo procuratore e racconta che Alessandro Gaucci, presidente di quel Perugia che l’ha lanciato nel grande calcio, gli sconsiglia il trasloco in Liguria. Vuole un parere. Moggi lo tranquillizza: «Resta dove sei, ho parlato con Lotito. Mi ha detto, hai visto? Ho mantenuto la parola buttando nella mischia Liverani». A fare le valigie sarà, poco dopo, proprio Caso. Al suo posto arriverà Papadopulo, scuderia Gea. Of course.
SEPARATI
IN CASA
Eccolo un nome eccellente, quello del difensore centrale dell’Inter e della Nazionale, Marco Materazzi. Il 28 novembre 2004 non attraversa un buon momento. «Ho seri problemi con questo Mancini, non voglio più essere allenato da lui» racconta al telefono ad Alessandro Moggi. «Fai qualcosa, per favore. Io a gennaio, se si può, cambierei volentieri aria. Non voglio perdere la nazionale». Alessandro si attiva, lo calma, lo rassicura. Materazzi si tranquillizza. Resta nel giro azzurro.
IL SIENA, UNA COPIA
IN BIANCO E NERO
A dar retta al rapporto dei carabinieri c’è una società a sovranità limitata in seria A. I suoi colori sociali sono gli stessi della Juve e le cose in comune non finiscono qui. La squadra «è uno strumento nelle intere mani di Luciano Moggi e della Gea» e viene «usata come "area di deposito" in cui piazzare sia quei calciatori, da loro assistiti, che si trovano in corso di maturazione o di declino professionale, nonché come piazza per sistemare i propri allenatori come è accaduto a Luigi De Canio». Nella fretta di piazzare il mister, si dimenticano tutti di avvertire del siluramento il malcapitato Gigi Simoni. Il 10 gennaio i due Moggi si telefonano.
Alessandro: «Papà, allora è fatta, contratto ad un anno e mezzo...».
Luciano: «A Simoni lo hanno detto che se ne deve andare?».
A: «No, De Luca non ha ancora avuto il coraggio di dirglielo».
L: «Vabbè».
L’11 gennaio 2005, il giorno dopo il licenziamento, De Luca sdegnato affida all’Ansa una breve nota: «È puerile pensare che la Gea abbia svolto un ruolo di primo piano in questa vicenda». Puerile, sì.