Ecco perché Marini non potrà votare

Ormai è chiaro che la maggioranza al Senato sta in piedi solo grazie al sostegno dei senatori di diritto e a vita. Il guaio è che costoro non sono più dei giovincelli. Basta un piccolo acciacco, basta un’assenza imprevista e, zacchete, il governo rischia ogni momento di tirare le cuoia anziché tirare a campare. A corto di voti, questo centrosinistra si attacca a tutto: non solo ai sullodati senatori che rappresentano unicamente se stessi ma anche agli eletti nella circoscrizione estero. Ma la fame, si sa, vien mangiando. E così l’ultima trovata sarebbe quella di far votare anche Franco Marini, che non è Francesco, nonostante presieda l’assemblea di Palazzo Madama.
Disonore al demerito, il primo ad avere avuto questa bella pensata è stato il ministro della Giustizia Clemente Mastella. Il Guardasigilli è uno che non ha studiato dalle Orsoline, ha fiuto politico, la sa lunga. Ma non è un addetto ai lavori. Perciò al riguardo si può dire che non sa di non sapere. Lo dimostra il fatto che l’argomento portato a sostegno della sua azzardata tesi fa acqua da tutte le parti. Ma perché mai i presidenti delle Camere dovrebbero di punto in bianco votare come tutti i loro colleghi? Elementare, Watson, azzarda il Nostro. Per il semplice motivo - afferma papale papale - che «è cambiata la formula: prima c’era un presidente espressione della maggioranza e uno dell’opposizione, dal '94 invece non è più così». Questa argomentazione sarebbe valida se prima del 1976, quando per la prima volta nella storia repubblicana un esponente comunista come Pietro Ingrao fu eletto alla presidenza della Camera, i presidenti dei due rami del Parlamento fossero soliti prendere parte alle votazioni. Ma è vero l’esatto contrario. Perciò a Mastella non resta altro che ripassare la storia patria prima di dire - non disinteressatamente - la sua.
Fatto sta che sul Giornale dell’altroieri è sceso in campo nientemeno che Francesco Cossiga, del quale tutto si potrà dire tranne che non sia un costituzionalista di prim’ordine. A differenza di Mastella, sa di sapere. Ma stavolta non ce la racconta giusta. Certo, né la Costituzione né i regolamenti parlamentari stabiliscono che i presidenti delle Camere non votino. Tuttavia così vuole una prassi che si è consolidata in secolare consuetudine. Ma lasciamo la parola a Mancini e Galeotti, autori nel 1887 della celeberrima opera intitolata «Norme ed usi del Parlamento italiano». «Nel primo trentennio i presidenti della Camera (non possiamo dir nulla di quelli del Senato, perché in quella assemblea non fu mai adottata la votazione nominale) si astenevano raramente dal votare e si guardavan bene dal farlo nelle questioni di fiducia; ma nel 1877 il presidente Crispi fece cancellare il suo nome dall’elenco che serve alla chiama e i suoi successori trovarono sì corretto quell’atto che vi si uniformarono sempre scrupolosamente».
Non basta. In piena età giolittiana il regolamento del Senato prevedeva che di norma il suo presidente non prendesse parte alle discussioni. Ma aggiungeva che in tal caso doveva abbandonare lo stallo presidenziale e tornarvi solo dopo il termine della discussione. Ma con l’andare del tempo sono stati sempre più rari i casi nei quali i presidenti si sono avvalsi di tale facoltà. Alla Camera due volte, nel 1869 e nel 1878, il governo si dimise a seguito della elezione di un presidente non gradito. Ma erano altri tempi. Successivamente il presidente di assemblea parlamentare, un po' come lo speaker della Camera dei comuni britannica, si è atteggiato sempre a potere neutro. Anche quando personalità politiche di spicco, come per esempio Fanfani e Nilde Iotti, hanno ricoperto tale incarico. In sostanza Cossiga si pone sulle orme di Sidney Sonnino. Vorrebbe tornare allo Statuto, alla lettera della Carta fondamentale del Regno. Ma indietro non si torna. Perché per ribaltare una simile consuetudine occorrerebbe un larghissimo consenso che non ci sarà mai.
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