«Ecco perché nelle Chinatown nasce e cresce la criminalità»

Il magistrato Piero Grasso aveva già denunciato il fenomeno, ma era rimasto inascoltato: «Troppo difficile indagare in quelle comunità»

da Roma

«Le comunità cinesi sono al loro interno criminogene». La dichiarazione del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, a margine della cerimonia di commemorazione della morte di Giorgio Chelazzi, il pm fiorentino vicepresidente Dna, non serve di certo a tranquillizzare gli animi dopo i tafferugli scoppiati nei giorni scorsi tra comunità cinese e vigili urbani a Milano.
Ma il presidente Grasso, parla da esperto, visto che le sue denunce le aveva già lanciate lo scorso dicembre dedicando molte pagine della relazione annuale della Dna al Parlamento proprio alla «criminalità cinese». «Le triadi cinesi - ha ribadito ieri Piero Grasso - sono organizzazioni molto potenti e si collegano con altre organizzazioni criminali per reati transazionali. Hanno un potere economico che può portare anche alla corruzione». Ricorda come le triadi cinesi e la camorra collaborino particolarmente nell’attività di contraffazione delle griffe. E appare in tutta la sua drammaticità la scena descritta nel suo libro Gomorra, dallo scrittore Roberto Saviano. Quella dove da un container che una gru sollevava in aria, iniziano a piovere decine e decine di cadaveri di cinesi. Sono i tanti che muoiono in Italia ma vengono mandati dalla loro comunità in patria per essere sepolti. Forse. Una scena che rimarca il potere dei cinesi dentro il porto di Napoli come ricorda il procuratore Grasso. Anche se la Campania risulta una delle regioni dove si registra un minor numero di permessi di soggiorno per i cittadini della Repubblica popolare cinese e di quelli provenienti dalla Cina nazionalista. Come risulta dalla relazione annuale della Dna, la regione che registra il più alto numero di permessi è la Lombardia, seguita dal Lazio e dalla Toscana. Più della Campania anche il Friuli-Venezia Giulia. A fine 2006 le presenze cinesi a Napoli ammontavano, ufficialmente, a circa 2.000 unità, contro i 9.000 di Milano e i 15mila di Firenze e Prato.
Ma sono i clandestini a rendere la situazione difficilmente controllabile. Gli unici a gestire questo traffico sono i capi della «chia», il nucleo familiare economico, che si articola sulla base degli interessi e della provenienza dalla stessa zona di origine. Questo l’aspetto più difficile per le indagini, oltre alla carenza di traduttori. Nel passaporto degli immigrati infatti non viene indicata la città d’origine il che impedisce agli inquirenti di dedurre collegamenti tra soggetti. L’allarme dato da Grasso con l’ampia relazione al Parlamento (nessun dibattito però in aula) spiegava bene la logica organizzativa della mafia cinese. Dal cerimoniale di iniziazione, al quale devono essere presenti almeno 7 adepti della organizzazione, molto simile a quello di Cosa nostra: si pungono il dito con la punta di un’arma bianca. Ognuno dei presenti fa cadere alcune gocce in un unico recipiente che contiene distillato di riso, simbologia di vitalità. Pronunciando le parole di giuramento bevono a turno dal recipiente.
Altra similitudine è quella della pratica estorsiva come forma di autofinanziamento. Due le indagini più grosse sui reati legati al riciclaggio e all’esercizio abusivo del servizio bancario, chiamate con nomi evocativi: Ultimo imperatore e l’Oro del Dragone, svolte dalla Dda di Roma. Nel primo caso l’inchiesta ha portato al coinvolgimento di alcuni funzionari della Banca Nazionale del Lavoro. Nel secondo alla scoperta di un’agenzia Money Transfer che lavorava come una vera e propria banca clandestina. Sul fronte delle indagini il procuratore Grasso ricorda nella sua relazione che la Dna e l’omologa autorità Giudiziaria della Repubblica Popolare Cinese hanno firmato un memorandum di cooperazione giudiziaria già da gennaio del 2001.