«Ecco perché è più difficile arrestare gli scafisti in mare»

Antonio Signorini

nostro inviato a Lampedusa

Mare piatto e centro di accoglienza vuoto per i lampedusani doc, ormai abituati alle dinamiche dell’immigrazione clandestina, significa una sola cosa: ricominciano gli sbarchi. E così è stato. La sfilata delle carrette è ricominciata ieri mattina dopo una breve pausa e il Cpt dell’isola più a sud d’Italia ha ripreso a popolarsi.
Il tutto secondo un disegno che i profani non riescono a non attribuire a un’unica regia, ma che gli uomini delle forze dell’ordine leggono, al contrario, come il risultato di un traffico sempre più «fai da te», quindi sempre più pericoloso.
«Se negli anni passati arrivavano barconi stracolmi – spiega Giovanni Pinto, direttore della direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere che ieri era Lampedusa con i vertici della Guardia di Finanza per un vertice – oggi i trafficanti di uomini preferiscono far arrivare i clandestini a bordo di piccole imbarcazioni, probabilmente sganciate in mezzo al mare da pescherecci che le hanno trainate per un po’ oppure buttate in mare, come fossero scialuppe, dalle navi degli ex scafisti, che ormai non si prendono più il rischio di trasportare la loro “merce” fino a destinazione. Alcuni si cautelano anche con mezzi moderni come radio e radar. Praticamente impossibile coglierli in flagranza di reato. Il servizio che offrono, quasi sempre in cambio dei risparmi di una vita, consiste nell’abbandonare il carico di disperati a una ventina di miglia dalla costa con qualche tanica di benzina, un po’ d’acqua e indicazioni sommarie sul dove andare.
Difficile dire se gli immigrati che arrivano a Lampedusa si rendono conto di essere solo all’inizio di un percorso che generalmente finisce con il rimpatrio. Ma se è veramente una strategia, dal punto di vista dei trafficanti, funziona, visto che il numero di immigrati irregolari approdati alle coste italiane è aumentato di circa il 10 per cento rispetto all’anno scorso.
Gli sbarchi avvengono a distanza di qualche ora l’uno dall’altro. Gli italiani non fanno in tempo a soccorrere una barca (un’operazione complessa e lunga, può durare ore) che subito i radar ne segnalano un'altra. Ieri ne sono arrivate in tutto cinque, tra la curiosità dei turisti che non hanno mancato di fotografare i gommoni scalcagnati trainati dalle motovedette cariche di disperati.
Le prime barche sono arrivate all’alba, l’ultima in tarda serata. Prima 35 immigrati pigiati dentro una barca, poi altri 23; due gommoni con 40 persone e l’ultima imbarcazione, con un carico di circa la metà. In tutto il bilancio della giornata supera i 150 nuovi ingressi. Forse 200. La maggior parte si sono dichiarati marocchini, anche se i clandestini non portano mai documenti che li renderebbero identificabili e faciliterebbero il loro rimpatrio. Tra gli immigrati anche un palestinese, che ha percorso la passerella della motovedetta della finanza con le dita della mano a «V» di vittoria e la tradizionale kefiah al collo, incurante del caldo. Forse un modo per riuscire ad ottenere lo status di asilante.
Poche le donne. Solo due in uno dei primi sbarchi. Nessun bambino. Quasi tutti ventenni, almeno all’aspetto. Vista da Lampedusa la situazione è sempre più preoccupante, come dimostra la riunione che si è tenuto in mattinata tra i vertici della Guardia di Finanza e della Polizia, con l’obiettivo di rivedere le strategie d’intervento dopo la decisione del Viminale di creare due pool investigativi per il contrasto al fenomeno. Nel corso della riunione – c’erano il capo dello Sco Gilberto Calderozzi e Pinto per la polizia; il comandante dell'Italia meridionale, generale Ugo Marchetti e quello del reparto aeronavale, generale Umberto Fava per la Guardia di Finanza.
L’idea che si sono fatte le Fiamme gialle e la Polizia è che a organizzare le traversate dalla Libia all’Italia non ci siano solo grandi organizzazioni, ma anche singoli individui senza scrupoli che rendono ancora più rischiosa la scommessa degli immigrati. Il business, d’altro canto, è assicurato. Un viaggio con 40 disperati frutta circa 80mila euro, mentre una carretta del mare ne costa al massimo 10mila. Gli sforzi per contrastare il fenomeno e per soccorrere gli immigrati, invece, non sono mai abbastanza. E anche per chi li compie i rischi sono alti, come dimostra la notizia trapelata ieri. La procura di Agrigento ha iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di disastro colposo il comandante della Minerva, la nave della Marina Militare che si è scontrata sabato con un barcone carico di immigrati: nell’incidente sono morti 40 clandestini. Un atto dovuto, hanno precisato ambienti della procura.