Ecco perché porto il centrodestra al Gay Pride

Oggi parteciperò nuovamente al Gay Pride. E, nuovamente, vi parteciperò con un certo fastidio verso le idiosincrasie ideologiche e il settarismo di una parte del movimento gay italiano, che ritiene che la destra politica sia tout court «fascista» e i gay di destra (come Daniele Priori, animatore di Gay Lib) dei rinnegati o dei traditori della causa omosessuale.
Perciò, la ragione principale per cui sarò al Gay Pride è un’altra. La mia presenza di deputato berlusconiano non è rivolta al movimento gay, alle sue storiche richieste e ai suoi discutibili riflessi pavloviani. È rivolta, nel suo spirito gay-friendly, proprio al centrodestra italiano e, in particolare, al Popolo della libertà che rappresento in Parlamento.
In Italia, senza che sia venuta del tutto meno la discriminazione anti-omosessuale (che sul piano sociale è tuttora alimentata da sacche di velenoso pregiudizio) è divenuta culturalmente e politicamente insostenibile la legittimazione morale di questo peculiare e un tempo radicatissimo atteggiamento discriminatorio.
Nondimeno, se non viene più pubblicamente stigmatizzata l’omosessualità come categoria morale o antropologica, continua però ad essere pesantemente negata la riconoscibilità sociale e civile delle relazioni fondate su questa «preferenza sessuale». Non si tratta più, in senso stretto, di una discriminazione, ma di una sempre meno sostenibile rimozione. Tutte le polemiche riservate al riconoscimento giuridico delle unioni gay non derivavano solo dai limiti della proposta del governo Prodi (i cosiddetti Dico), ma da un presupposto più generale: l’omosessualità è pienamente «sdoganata» o ampiamente tollerata come identità e forma di espressione individuale, ma il suo riconoscimento «sociale» è da considerarsi un fattore di intollerabile disordine civile.
Dunque, anche se ormai l’omosessualità struttura convivenze, relazioni durature, forme di vita comune fondata sulla reciproca dedizione e solidarietà, queste «cose nuove» che sono le unioni gay non devono beneficiare di alcuna tutela o di alcun riconoscimento giuridico.
Ecco: io penso che nella cultura del centrodestra (non che nel centrosinistra le cose vadano meglio, ma io mi occupo del mio campo) vada messo seriamente in discussione questo presupposto, che confina l’omosessualità nel privato e condanna la politica all’ipocrisia. Sia chiaro: non voglio affatto che le cosiddette unioni civili divengano un nuovo onerosissimo capitolo di spesa pubblica e un canale di accesso a prestazioni sociali privilegiate. Ma non voglio neppure che la realtà sociale di queste unioni sia ancora a lungo giuridicamente rigettata.
Le coppie gay chiedono un quadro normativo che consenta loro di ordinare, in forma giuridicamente obbligante, anche verso terzi, i rispettivi impegni e le reciproche responsabilità. Per i partner di una coppia omosessuale la relazione stabile assolve ormai a esigenze di espressione, integrazione e protezione del tutto analoghe a quelle che sono poste a fondamento delle famiglie eterosessuali (siano o no esse giuridicamente ordinate nella forma «matrimoniale»).
Questo cambiamento - e per altro verso la più generale «normalizzazione» dell’omosessualità - ha segnato la società occidentale contemporanea e ha profondamente mutato anche la cultura omosessuale, affrancandola da una patologica «separatezza», cui l’obbligavano la discriminazione e il pregiudizio. Le coppie gay non sono, in senso proprio, famiglie. Ma non sono più quel «nulla sociale» che qualcuno vorrebbe tornassero ad essere.
Il centrodestra europeo ha pressoché ovunque preso atto che le unioni gay sono divenute una realtà sempre più diffusa e caratteristica, resa possibile proprio dall’evoluzione del costume e della cultura civile. Per questo, con un sano realismo, ha accettato anche su questo piano la sfida dell’innovazione sociale. Non mi pare che i leader del Ppe siano oggi impegnati nei rispettivi Paesi e sul piano europeo a contrastare i princìpi e gli effetti delle diverse discipline giuridiche che riconoscono e disciplinano le unioni omosessuali. Solo sul «matrimonio gay» il Ppe ha una posizione esplicitamente contraria, che io condivido. Sul resto, prende atto della realtà e guarda avanti.
Al Gay Pride di Bologna la gran parte dei manifestanti (almeno quelli genuinamente interessati alle questioni e non condizionati dal settarismo) applaudirebbe a scena aperta le posizioni di Sarkozy, di Cameron e di Rajoy.
Il Pdl può ritenere che questo non sia un problema o che sia, al limite, un problema degli altri leader del Ppe. Io invece penso francamente che a questa «singolarità» il Pdl dovrebbe guardare in modo più problematico, aprendo, al proprio interno, una discussione sincera.