Ecco perché presto ci faranno tacere

Cari lettori, la storia che leggete qui sopra, che riassume gli atti di una lunga inchiesta della Procura di Bolzano sulla vendita dell’Italtel, una società Iri, alla Siemens e i relativi accertamenti sulle consulenze di Romano Prodi, fra qualche settimana non potremo più raccontarvela. Ieri, con il consenso di quasi tutta la Camera, è stata approvata la legge che vieta la diffusione di intercettazioni telefoniche pena l’arresto e una multa fino a centomila euro. E quando il Senato darà via libera alle norme, la vicenda dell’azienda di Stato e degli strani passaggi di denaro fra la Siemens e un oscuro intermediario che hanno indotto i pm di Bolzano a dare un’occhiata anche agli affari e alle società del premier, sarà per noi off-limits: inavvicinabile. Non solo per quel che riguarda le intercettazioni, ma addirittura sarà proibito rivelare anche solo parzialmente i contenuti degli atti inseriti nel fascicolo del pubblico ministero fino alla pronuncia della sentenza di secondo grado. Tanto per intenderci, ad oggi saremmo ancora in attesa di raccontarvi quali indizi accusino Annamaria Franzoni, visto che non si è concluso il processo d’appello.
Del resto, qualche giorno fa, vi avevo avvisato. Cogliendo al balzo il clamore suscitato dal presunto tentativo di ricatto del portavoce unico del governo, fotografato in macchina a fianco di un trans, la sinistra, sostenuta anche da un buon numero di parlamentari del centrodestra, ha deciso di imporre il silenzio stampa. Attenzione: non di intimare l’alt alle indagini allegre di certi pm, non di impedire l’uso e l’abuso delle intercettazioni telefoniche. Mastella e i suoi amici non sono stati neppure sfiorati dall’idea di dare una calmata ai pubblici ministeri, ma hanno risolto la questione appioppando ai cronisti multe e carcere. Chissà che ne dirà Adriano Celentano, che già si doleva in tv per la mancanza di libertà di stampa in Italia? Chissà che scriveranno gli indignati editorialisti che denunciavano la scomparsa dell’informazione causa legge Gasparri (che ieri sull’Unità, Marco Travaglio, ha dovuto pure difendere come estremo argine contro l’ingresso di Berlusconi in Telecom)?
Intendiamoci: a differenza di direttori che hanno a cuore la privacy e le famiglie a giorni alterni, e spendono 100 mila euro per nascondere le foto di Sircana col trans, ma pubblicano quelle di Silvio Berlusconi che passeggia mano nella mano con due ragazze, noi siamo convinti che una frenata sull’uso delle intercettazioni sia indispensabile. Ma invece di quella che lega le mani ai giornalisti bastava una legge composta da un solo comma, che imbrigliasse quelle di pm che firmano richieste di intercettazioni telefoniche con la stessa rapidità con cui vergano i biglietti d’auguri. Punto. Tutto il resto, compreso il bavaglio sui processi, serve solo a impedirci di raccontare ciò che accade in questo Paese. Appena il Senato varerà la legge non potremo scrivere degli atti che accusano Calisto Tanzi o di quelli contro Wanna Marchi, giacché i due sono ancora lontani dal processo di appello. Nemmeno vi potremo raccontare dei giochini finanziari di Gianpiero Fiorani sui conti dei clienti della Popolare di Lodi. Ma calerà il silenzio – naturalmente eterno – anche sulle telefonate di Piero Fassino e compagnia sbancante. E i compagni che volevano una banca avranno un futuro assicurato. Ovviamente con l’Unipol.