Ecco perché Prodi rischia di saltare prima di insediarsi

Paolo Armaroli

A questo punto non sapremmo dire se e quando Romano Prodi riuscirà a guidare (si fa per dire) il governo. Il Professore ha fretta e si capisce il perché. Teme il logoramento dei tempi lunghi, che giocano decisamente a suo sfavore. D’altra parte Carlo Azeglio Ciampi è stato chiaro. Era e resta dell’idea che solo qualora una delle due coalizioni avesse riportato una netta vittoria, avrebbe conferito l’incarico di formare la compagine ministeriale. In caso contrario, avrebbe lasciato la delicata incombenza al nuovo inquilino del Quirinale. Ma il centrosinistra non si dà per vinto e di continuo tira in malo modo per la giacca il capo dello Stato allo scopo di accelerare i tempi.
Il guaio è che al «quando» si sta aggiungendo il «se». Difatti la cultura del sospetto si va facendo strada nelle file dell’Unione. Con ogni probabilità, dati i rapporti di forza e a dispetto dello scrutinio segreto, sabato prossimo al quarto scrutinio, quando il quorum si abbasserà alla metà più uno dei voti, Fausto Bertinotti acciufferà la poltrona più importante di Montecitorio. Ma nessun pasto è gratis, come ammonisce Milton Friedman. E il prezzo sta sotto gli occhi di tutti. Massimo D’Alema, l’altro candidato alla presidenza della Camera, ha dovuto gettare la spugna. Sarà stato pure un gesto di responsabilità il suo. Fatto sta che al presidente della Quercia è rimasto l’amaro in bocca per svariate ragioni.
Non è un mistero che sotto quell’aria bonaria da parroco di campagna, Prodi non è incline a dimenticare i torti subìti, veri o presunti che siano. Certo, la rinuncia di D’Alema lo ha tolto dall’imbarazzo. Perché così ha legato ancor più a sé quel Bertinotti che nell’ottobre del 1998 gli fece lo scherzo da prete di scalzarlo dalla poltrona dorata di Palazzo Chigi. Anche se è tutto da dimostrare che non faccia la fine di Pulcinella alla guerra, che credeva di aver fatto un bel numero di prigionieri ma, guardate un po', non lo lasciavano andare. Tuttavia il sospetto scava come la goccia la pietra. E nessuno toglierà dalla testa di D’Alema, che ormai con Fassino sta nella Quercia da separato in casa, il sospetto che il Professore si sia voluto prendere la rivincita su chi, come D’Alema, a suo avviso aveva congiurato con Marini contro di lui al fine di scippargli il potere.
I guai, si sa, non vengono mai da soli. L’Unione ha candidato alla presidenza del Senato Franco Marini, uomo forte della Margherita. Dovrà vedersela con un Giulio Andreotti che potrebbe aggiudicarsi la posta. In tal caso Prodi subirebbe un ulteriore e forse decisivo smacco. Perché sarebbe inviso sia alla Quercia, che non gli perdona il suo asse preferenziale con Bertinotti, sia alla Margherita, che lo considererebbe responsabile della sconfitta di Marini. D’altra parte, non c’è due senza tre. In teoria, per la battaglia del Quirinale, il centrosinistra parte in netto vantaggio. Può contare non solo sul maggior numero di deputati ma anche su buona parte dei delegati regionali. Ma in pratica le cose si complicheranno maledettamente.
Come gli chassepot di Napoleone III, vedrete, al riparo del voto segreto i franchi tiratori faranno miracoli. Non passerà D’Alema perché troppo caratterizzato politicamente. Non passerà Amato perché più gradito alla Casa delle libertà che all’Unione. La Finocchiaro e Napolitano avrebbero le carte in regola. Ma è dubbio che la Margherita, una delle due gambe dell’Ulivo, si adatti alle mani nette di cairoliana memoria. Ne vedremo delle belle, insomma. Le fumate nere usciranno di continuo dal comignolo di Montecitorio fino a quando sul nome di Ciampi non si registrerà per sfinimento un’ampia maggioranza. E Prodi, inviso a dritta e a manca, potrebbe uscire di scena prima del suo insediamento.
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