Ecco perché questa volta la risposta al Chelsea potrebbe essere un «sì»

Carlo Ancelotti non fa una piega. «Io amo il Milan e inseguo il record di Nereo Rocco» ripete con didascalica ossessione ogni qualvolta gli ricordano della passione londinese per il suo lavoro. Anche Adriano Galliani non fa una piega: «Qui nessuno pensa a mandare via Carletto, qui pensiamo a risolvere un problema». Vero. Tutte le volte che il Milan si allontana dalla testa della classifica e si ferma al palo di qualche deludente pareggio con una piccola, viene centrato un nervo scoperto.
Le reazioni rimangono spesso dentro le stanze del terzo piano di via Turati, altre volte invece finiscono su giornali. «Ma proprio nella settimana del derby?» chiedono i più ingenui. Sì, proprio nella settimana del derby: è la terapia d’urto, insomma. La società infatti è convinta d’aver allestito un gruppo, di cifra tecnica pari se non addirittura superiore a quello dell’Inter, perciò mal sopporta il difetto più volte denunciato (Milan leone con le grandi e agnellino con le piccole) oltre che il distacco in classifica salito a 8 punti. Non solo ma proprio il primato milanista in materia di ricavi moltiplica il disappunto del management berlusconiano: oltre un certo confine non si possono ampliare le dimensioni economiche del bilancio, al resto devono provvedere i risultati tecnici conseguiti dalla squadra.
Dal suo canto Ancelotti ha una vecchia spiegazione sul fenomeno che è poi molto tecnica e anche un po’ auto-assolutoria. «Se giochiamo contro squadre asserragliate in area di rigore dobbiamo avere degli arieti per riuscire a espugnarle» ripete spesso Carletto ad amici e componenti dello staff tecnico. Dopo aver penato per anni, quest’anno ha ricevuto in dono Borriello senza poterlo in pratica mai schierare tra infortuni muscolari e ricadute sfortunate. Ma nei casi più recenti, i pareggi strappati da Lecce e Torino, da Genoa e Reggina non appartengono solo all’assenza di una torre in attacco. Ci sono altre amnesie, disattenzioni e fragilità difensive da denunciare e da evitare per il futuro. Perciò senza rischiare lo strappo diplomatico («quando ci lasceremo lo faremo in amicizia» la promessa solenne dell’interessato), il rapporto Milan-Ancelotti è giunto dinanzi al bivio, al culmine di 8 lunghissimi anni di reciproca soddisfazione e di perfetta sintonia: mai una lite, mai una discussione in pubblico, tutto il mercato condiviso al di là di qualche ragionevole dubbio. A decidere saranno i risultati, ancora una volta: il piazzamento finale in campionato, il distacco dall’Inter nel frattempo accumulato, il destino in coppa Uefa per capirsi più che l’esito del derby di domenica che pure ha una sua suggestione.
Ancelotti non ama Londra alla perdizione e neanche sembra eccitato all’idea di traslocare: è un contadino, attaccato alla sua terra, alle sue radici. Semmai risulta tentato dall’idea di allenare una Nazionale. Per l’Italia deve aspettare il dopo Lippi, prima dovrebbe migrare. Perciò Londra può diventare il porto dove fermarsi un paio di anni.
Eppure chi lo interroga e lo incrocia in queste ore, può scoprire un Ancelotti sereno, tentato più dall’idea ardita di recuperare Kakà che innervosito dalle frasi di Galliani. Al brasiliano ha ricordato un’esperienza personale: «Una volta presi da Nela, il sabato mattina, un colpo al piede: non riuscivo neanche a mettere il piede a terra. Il giorno dopo, con una infiltrazione, giocai». Capita l’antifona? Kakà ha fama di avere una soglia del dolore molto bassa ma ancora ieri mattina ha tradito difficoltà nel camminare. E nessuno può muovergli alcun addebito sulla volontà di provare una guarigione lampo: Ricky si è presentato a Milanello alle 11 del mattino e ha chiuso bottega alle 16.30 del pomeriggio. E c’entra poco la prova di Ronaldinho a Londra, commentata in modo positivo dal tecnico: Kakà, se riuscisse a smaltire il dolore, non finirebbe mai in un ballottaggio estenuante.