«Ecco perché racconto la Milano che non c’è più»

Dall'alto del suoi quasi 81 anni, l'instancabile Piero Mazzarella, sempre pronto ad abbracciare nuove sfide, entusiasta di incontrare le giovani platee e sempre molto realista nei suoi dipinti della società del Nuovo Millennio, veste ancora una volta gli abiti sdruciti del clochard parigino, protagonista de «La leggenda del Santo bevitore». Dopo aver debuttato due anni fa con il lavoro di Joseph Roth dietro la sapiente, ma delicata regia di Andrèe Ruth Shammah, l'attore, portavoce di una milanesità purtroppo in via di estinzione, fino al 15 torna a calcare la scena del Teatro Franco Parenti dando vita, voce e forma alla parabola intrisa di significati e di insegnamenti. Spietato nei suoi giudizi privi di retorica nei confronti di una società moderna alla deriva, Piero Mazzarella, con una punta di nostalgia, senza abbandonare tuttavia la speranza di un miglioramento, racconta di una Milano che non c'è più.
Lei è un fermo sostenitore delle tradizioni e non solo teatrali. Come mai questa passione per il passato?
«Il nostro Milanin è stato ucciso dal Milanon. Come Emilio De Marchi che, immaginando di scrivere al Porta nella sua prosa poetica di Milanin Milanon, si esprimeva con note nostalgiche nei confronti della vecchia Milano, anche io ho la malinconia di un tempo che non c'è più, perché Milano si è ormai trasformata in metropoli. Sia chiaro, non sono un oscurantista, ma vedo che il progresso ha distrutto e annichilito tutto; non si costruiscono le pagode partendo dall'abside, bensì dalle fogne e i bei palazzi devono reggersi su solide fondamenta. Milano è una città ricca, ma i soldi sono stati investiti male».
È un problema di gestione?
«I milanesi sono guerrieri; anche in passato quando la classe dirigente non era loro congeniale, si scatenavano e difendevano i loro interessi. Oggi, coccolati dalle comodità, non hanno più voglia di ribellarsi. E pensare che una volta nel Lambro si pescavano i vaironi, i pesci che potevano vivere solo nelle acque pulite e in Galleria veniva un omino a vendere i gamberi che si potevano mangiare crudi».
Secondo lei, c'è qualche speranza di risollevare le sorti?
«La società milanese è cambiata, io ammiro molto la Germania: ha perso la guerra, ha eliminato l'industria pesante, ha aiutato l'Italia che per ben 5 volte l'ha tradita. E' un grande paese, tenace che guarda con commiserazione i nostri parlamentari che giocano Il problema resta sempre la gestione, ma anche la mentalità che ormai si è radicata nella metropoli milanese».
E il mondo teatrale? Lei che è cresciuto con Strehler e ha vissuto la storia teatrale del secolo scorso, che opinione ha in merito?
«È vero, era bello e gratificante lavorare con Strehler che aveva di me un'ottima opinione: "Quello basta parlare che capisce tutto", diceva a proposito di me "Lo amo perché è uno che sa fare il suo mestiere, non sbaglia mai". Tra me e Giorgio c'è stata un intenso scambio di lettere scritte a penna che io non darò mai a nessuno e brucerò poco prima della mia morte. Il mondo non deve sapere; Giorgio era un uomo politico, ma nessuno lo saprà mai. Purtroppo non nascerà mai più uno come lui, perché Strehler era un grande attore, un angelo, il più delle volte cattivo. Ora il teatro risponde alle esigenze del pubblico che cresce davanti alla televisione dove le donne vengono apprezzate per le loro doti fisiche. Peccato che si tratti di qualità stagionali che finiscono: l'intelligenza, la dolcezza, la delicatezza e l'umiltà sembrano aver perso di valore».
Si fida della nuova generazione?
«Amo i giovani e loro stanno bene con me; ogni volta che li incontro ho grandi dimostrazioni di affetto da parte loro proprio perché parliamo lo stesso linguaggio».