Ecco perché la sfida agli All Blacks per l’Italia vale quanto un mondiale

Italia-All Blacks, da Piero Mariani a Rodney So’oialo. Chi sono? Che c’entrano con la sfida degli antipodi che porta il grande rugby oggi a San Siro? Due nomi sconosciuti ai più ma che racchiudono anche in questo caso gli antipodi di una grande storia, quella della nostra palla ovale. E se Rodney So’oialo è il maori di Wellington che oggi guiderà da capitano la Nuova Zelanda, gridando in faccia agli azzurri quella haka ormai diventata un patrimonio dell’umanità, Piero Mariani si colloca esattamente agli antipodi, nello spazio e anche nel tempo. Questo Piero Mariani è infatti «colpevole» di aver introdotto in Italia il germe del rugby esattamente cent’anni fa, quando, rimpatriato dalla Francia nel 1909 e affascinato dal pallone ovale, provò ad organizzare una squadra di questo sport proprio a Milano. Nacque così l’Unione Sportiva Milanese che il 2 aprile del 1911 arrivò a sfidare i francesi della Voironnaise all’Arena, in quella che passerà alla storia come la prima partita giocata da una squadra italiana.
Cent’anni dopo in quella stessa Arena, ormai decadente ma tirata a lucido con un prato rifatto per l’occasione, si è esibita in allenamento in questi giorni la squadra più prestigiosa del rugby internazionale, forse non la più titolata ma certamente la più ricca di fascino, quella che è in vantaggio negli scontri diretti con tutte le altre nazionali del pianeta, quella che da sola significa rugby, quella che rappresenta un marchio di dimensioni mondiali, quegli All Blacks che valgono il Real Madrid o il Manchester United, la Ferrari o i New York Yankees. Un fenomeno, quello dei “tutti neri”, che ha persino fatto dire al sindaco Moratti che «Milano avrà lo stadio del rugby», forse per nascondere agli occhi degli illustri ospiti una città che in fatto di sport è a livelli di terzo mondo. Altro che maori.
Intanto Milano uno stadio vero per il vero rugby ce l’ha già. Ed è per un giorno quel Meazza che da sempre è la Scala del calcio. Un San Siro che sta per celebrare un altro dei suoi record mettendo in scena la partita con più spettatori della storia del rugby italiano: 80.014. Cifra da capogiro non solo per il nostro povero rugby provinciale, che nelle partite di campionato fatica a mettere insieme mille paganti, ma persino per i Blacks che a casa loro certamente non hanno impianti di queste dimensioni, se si pensa che Eden Park, che è lo stadio nazionale ad Auckland, si ferma a quota 60mila. Non solo, ma è anche difficile che abbiano avuto una platea di queste dimensioni in giro per il mondo, se si fa eccezione per quando vanno a Twickenham (82mila posti), allo Stade de France (78mila) o a sfidare i Wallabies rivali di sempre a Sydney.
Lo stesso Nick Mallett, ct sudafricano del rugby azzurro, ha ammesso di non essersi mai trovato di fronte a tanta gente, nemmeno nel suo paese che è campione del mondo ma che non può portare più di 60mila persone a Ellis Park, la tana degli Springboks. Gli ottantamila di San Siro comunque, al di là del fascino degli All Blacks, rappresentano un vero miracolo per il nostro piccolo mondo ovale. Per capire la portata dell’evento basta guardarsi alle spalle, andare indietro non fino ai tempi di Piero Mariani, ma soltanto a vent’anni fa, al 2 aprile del 1988 quando San Siro aprì per la prima (e fino ad oggi unica) volta le porte al rugby: si giocava Italia-Romania di coppa Europa, l’Italietta perse 12-3 e sugli spalti desolanti erano sparse a mala pena cinquemila persone che si perdevano nell’immensità dello stadio. Ebbene, vent’anni dopo l’Italia non gioca più la coppetta dei poveri, ma il ricco Sei Nazioni, non deve più fare queste figure con la Romania ma può invitare gli All Blacks con l’ambizione di resistere dignitosamente, e soprattutto vede il suo pubblico aumentare del millesettecento per cento. Incredibile, soprattutto se si pensa che sei mesi fa, in sede di presentazione dell’evento, gli organizzatori speravano di arrivare almeno a quota sessantamila. E avrebbero già fatto i salti di gioia...
Un trionfo di pubblico che premia la ricetta giusta: la forza, lo spettacolo, l’etica, la leggenda, tutto in un mix che solo partite come questa possono offrire. La capacità di vendere il prodotto e la gente che scopre che il pallone diverte anche se non è rotondo. Il tutto per un test match che, in parole povere, può essere tradotto in amichevole. Anche se di amichevole, nel rugby, al massimo c’è il terzo tempo. L’Italia ovale, insomma, fuori dal campo ha già vinto la sua partita, ha già vinto il suo mondiale. «Se l’Italia vince a San Siro contro la Nuova Zelanda mi prendo a schiaffi per due giorni, per vedere di essere sveglio», dice Giancarlo Dondi, presidente Federugby. Non resta che chiedere a Mallett e ai suoi di vincere anche sul prato. Prima o poi.