Ecco perché Sharon adesso sostiene lo Stato palestinese

Ariel Sharon sarà domani alle Nazioni Unite accompagnato non più dalla nomea di «massacratore dei palestinesi» ma da quella di «coraggioso promotore della pace». Che faccia faranno le diecine di delegati che lo hanno demonizzato quando lui, Sharon, salirà sul podio? Quel podio dal quale Yasser Arafat il 13 novembre 1974 aveva dichiarato fra applausi deliranti che il sionismo e Israele erano entità troppo negative per poterne tollerare l'esistenza: «Imperialisti e razzisti reazionari», li aveva definiti.
Sharon arriva all'Onu lasciando molte rovine dietro di sé, parecchia nebbia sulle sue intenzioni politiche future. Le rovine non sono solo quelle di una lunga guerra contro gli arabi e che hanno segnato tutta la sua vita di guerriero. Sono quelle materiali e ideologiche che il vecchio generale ha lasciato dietro di sé a Gaza, dove ha materialmente fatto distruggere la colonizzazione che aveva prima sostenuto e poi difeso, assieme al sogno di un grande Israele. Un sogno per il quale, agli occhi del suo elettorato di destra, è diventato un traditore. La decisione di lasciare in piedi le sinagoghe, sotto pressione dei rabbini (i quali non volevano che i templi fossero dissacrati per mano ebraica), fa forse intuire quale politica il premier cercherà di seguire in futuro.
Sharon non crede alla possibilità di una vera pace con i palestinesi, almeno per molti anni a venire. Per questo non ha insistito per trattare con loro il ritiro da Gaza; per questo ha lasciato che fossero i palestinesi a distruggere le sinagoghe sotto gli occhi del mondo e guadagnare così punti nella guerra psicologica. In tal modo ha mostrato la differenza tra israeliani e palestinesi: i primi trattano con rispetto i luoghi di culto islamici in Israele. Inoltre ha reso evidente l'impotenza dell’Anp di governare.
Sharon paradossalmente è diventato un sostenitore dello stato palestinese. Ha vinto la sua battaglia per l'evacuazione di Gaza perché ha saputo sfruttare l’appoggio trasversale alla sua politica da parte della maggioranza degli israeliani: volevano rompere lo stallo di violenza ed eliminare le difficoltà internazionali causate dalla protesta dei coloni decisi a non andarsene dal Territorio occupato. Ha soprattutto compreso che se le guerre di Israele con i Paesi arabi erano sempre state costruttive per lo Stato ebraico e in due casi - Giordania e Egitto - avevano portato alla pace, la guerra fra i popoli - come quella innescata dalle due intifada - era micidiale per Israele: politicamente insostenibile nel confronto del mondo e foriera di guerra civile all'interno.
Si comprende cosi meglio perché Sharon, due anni prima di annunciare la decisione di fare sgomberare Gaza, avesse già parlato della necessità per Israele di accettare l'esistenza di uno Stato palestinese e non di impedirne l'emergere come per tanti anni, in precedenza, si era fatto. Poco importa se questo stato sarà "terrorista". L'importante è che i Palestinesi ne abbiano uno e che a Gaza siano obbligati a dimostrare le loro capacità di autogoverno. Per convivere pacificamente, se sarà possibile; per opporvisi, se necessario: ma da Stato a Stato.
Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, sembra averlo perfettamente capito. Per questo afferma che l'evacuazione dei coloni da Gaza non esonera Israele dalle sue responsabilità nei confronti dei palestinesi; per questo - adducendo il continuato controllo israeliano sui valichi di frontiera (che Israele sta internazionalizzando) - ha rifiutato di partecipare alla cerimonia di evacuazione formale da Gaza. In questo senso Abu Mazen continua a seguire - e più di lui le organizzazioni terroriste che rifiutano di cedere le armi - la strategia di lotta di popoli, di resistenza rivoluzionaria. Quello che invece Sharon cercherà di ottenere all'Onu è il riconoscimento che nulla impedisce ora ai palestinesi di incominciare a realizzare a Gaza un proprio Stato sovrano. E, se non lo faranno, addossarsene le conseguenze.