Ecco perché le tasse sono illegali

Se la Liguria fosse una Regione a statuto speciale, non ci sarebbe nessun bisogno di applicare feroci stangate fiscali sui cittadini, come fanno invece, continuamente, le amministrazioni locali (ultimo esempio, quello della giunta Burlando-Pittaluga che ha inferto una mazzata oltre i limiti della sopportazione sulle spalle dei contribuenti). Il perché dell’efficacia dello statuto speciale è presto detto: le risorse prodotte dai liguri potrebbero essere più che sufficienti, anzi sovrabbondanti per le necessità del territorio, e si potrebbe far fronte alle spese di funzionamento e investimento senza rivolgersi allo Stato. Che, invece, assorbe le risorse e ne restituisce solo un’infima parte alla periferia. Lo sostengono - con tanto di cifre, dati e riferimenti storico-politici - «quelli del Mil», i rappresentanti dell’ormai famoso Movimento indipendentista ligure che si batte da anni per il riconoscimento dei diritti dei cittadini della regione. E in testa all’elenco dei diritti «inalienabili», Vincenzo Matteucci e Franco Bampi, l’uno medico dentista, l’altro docente universitario di meccanica razionale, entrambi ferratissimi in storiografia e promozione di battaglie ideali, mettono il riconoscimento, mica poco, dell’indipendenza della regione.
Tutto, sostengono i due entusiasti - guai a chi li definisce Don Chisciotte! - a valere sul «grande diritto che ha la Liguria per non aver mai votato il plebiscito di annessione all’Italia, come al contrario hanno fatto le altre regioni italiane» (sottinteso: fregandosi da sole). Agli scettici, Matteucci e Bampi replicano sfogliando le pagine di storia: «È tutto documentato ufficialmente - ribadiscono -, in atti formali della Provincia di Genova, di ventuno Comuni liguri, da una Comunità montana, da due circoscrizioni genovesi e persino dal senatore diessino Aleandro Longhi», già «sindaco» di Sestri Ponente e protagonista di tante iniziative in difesa delle tradizioni locali. «Ogni ligure - aggiunge il tandem di indipendentisti - manda a Roma, ogni anno, 3702 euro di imposte, e Roma ne trasferisce alla Liguria solo 1722. Uno squilibrio inaccettabile!». Non basta: i rappresentanti del Mil, che dimostrano di non avere ancora assorbito, fra l’altro, il vulnus inferto a suo tempo dal bombardamento del generale La Marmora, aggiungono altre cifre incontestabili: «I porti liguri inviano ogni anno a Roma circa 5mila miliardi di vecchie lire di imposte portuali, che, se lasciate sul territorio, servirebbero proprio a pagare le opere marittime e portuali così tanto indispensabili». Inoltre, «c’è tutta una serie di altre tasse, imposte, balzelli sotto forma di bollo auto, bolli vari, concessioni governative, e via dicendo che i cittadini liguri pagano e che vengono dirottate a Roma». Non se ne può più. Insomma: la Regione Liguria ha tutti i diritti di trattenere almeno il 90 per cento delle tasse, senza bisogno di stangare ulteriormente. Deve solo aprire - ecco il suggerimento a Burlando e compagni - un deciso, determinato e fermo contenzioso storico-giuridico-politico con il governo italiano», proprio perché la Liguria non ha mai votato il plebiscito di annessione all’Italia. Del resto, il consiglio provinciale, in data 9 aprile 2002, ha riconosciuto che «la Liguria è stata per oltre settecento anni una Nazione-Stato sovrana e indipendente. Detta indipendenza non risulta essere mai stata rinunciata in quanto la Repubblica di Genova non ha accettato le statuizioni del Congresso di Vienna del 1815 e non ha mai votato alcun plebiscito». Più chiaro di così. Ora anche Burlando dovrà decidersi. Magari chiedendo conforto al senatore Longhi.