«Ecco perché la temperatura meteo è un bluff»

«Il clima fa parte delle percezioni pericolose»

Da un paio d’anni nel repertorio dei «tormentoni meteo» ha fatto il suo ingresso trionfale la tiritera della «temperatura reale» e della «temperatura percepita». Soprattutto d’estate, in tv o sui giornali è infatti tutto un accaldato distinguo tra i gradi effettivamente indicati dal termometro e quelli «avvertiti» dal nostro organismo. Col risultato tragicomico della doppia «lettura»: «A Milano ieri 35 gradi...» dice o scrive il cronista, che però un attimo dopo si affretta a precisare: «... ma i gradi realmente percepiti sono almeno cinque in più».
Insomma, nel capoluogo lombardo i gradi sono 35 o 40? Né 35 né 40. Perché, come ci spiega il professor Massimo Negrotti, ordinario di Metodologia delle scienze umane all’Università di Urbino, la misurazione della temperatura atmosferica rientra nella categoria delle «percezioni pericolose», vale a dire una materia fluida che non ha in sé i crismi della scienza esatta.
Vuol dire che i dati climatici e atmosferici non si basano su criteri incontrovertibili?
«Come molti scienziati stessi riconoscono, l'alfabetizzazione scientifica non è un'impresa facile. In particolare è assai arduo abituare i cittadini ad una lettura intelligente dei “dati” o delle misure, assolute o relative, di un certo fenomeno».
Ci faccia un esempio, altrimenti non capiamo.
«Venti gradi positivi di temperatura non sono necessariamente il doppio di dieci».
In che senso?
«Occorrerebbe infatti capire preventivamente cosa significa “zero assoluto”. Nella stessa maniera, per decidere se una percentuale è davvero maggiore di un'altra, occorrerebbe calcolare quale probabilità vi sia che, la differenza, sia dovuta al caso. E così via».
Riconduciamo questo discorso al tema che ci sta più a cuore: le temperature meteo.
«Quest'estate, proprio in tema di caldo e dunque di temperatura, nell'incompetenza generale che caratterizza il tema dei dati e delle misure, si è inserito un diavoletto che ha generato ulteriore confusione. Si tratta della cosiddetta “temperatura percepita”.
Cos’è che non va nella «temperatura percepita»?
«In realtà, si tratta di un sottile e utile parametro di valutazione bio-climatologica, ma, una volta entrato nel circolo dei mass media, esso diventa nient'altro che uno strumento in più per creare la notizia e magari l'allarme».
Addirittura allarme, non le sembra di esagerare?
«Che l'umidità amplifichi la nostra sofferenza per il caldo è fuori dubbio, ma giungere a misurarla con gli stessi gradi centigradi può essere fuorviante, ridicolo e persino socialmente pericoloso».
Eppure il prefetto di Bolzano, durante la calura dell’agosto scorso, ha deliberato che gli impiegati potessero assentarsi se la temperatura dei locali di lavoro avesse superato i 30 gradi. «Senza tuttavia specificare se, quel numero, si riferisse alla “temperatura percepita” oppure a quella dei termometri. Un sindacalista in vena di capziosità avrebbe potuto invitare gli impiegati a starsene a casa anche con soli 26 gradi se, a causa dell'umidità, il totale avesse fatto 31».
Come bisognerebbe comportarsi, allora?
«Ovunque vi sia un termometro, in definitiva, dovrebbe essere indicata anche la “temperatura percepita” oppure solo quella, dato che è l'informazione finale sul caldo ad interessare e non da quale formula essa provenga. Alla fine non sapremmo più quale sia il valore fisico - strumentale - della temperatura. Resta il fatto che indicare un valore metrico che include un fattore soggettivo, come è, in fondo, la sensazione di caldo che ognuno di noi sente in modo diverso, non serve certo a fare chiarezza sull'andamento del clima e può solo generare ansia e preoccupazione inutili».
Ciò vuol dire che la percezione pubblica di un fenomeno è un elemento di estrema importanza, se trattato con le dovute cautele scientifiche.
«Così, considerare la percezione pubblica della qualità di un servizio o di una situazione sociale è spesso sicuramente ragionevole, poiché essa non si presta sempre ad una misura strumentale e quindi oggettiva».
Altri possibili ambiti applicativi?
«Gli indici di gradimento per le varie trasmissioni radio-televisive ricadono senz'altro in questa classe, così come la sensazione collettiva di risiedere in una città ad intensa criminalità. Tuttavia, sarebbe irresponsabile, di fronte ad una accertata diminuzione delle aggressioni, delle rapine e così via, sostenere che in quella città la criminalità è in aumento giustificando una simile affermazione con valutazioni di un pubblico allarmato, magari, per altre ragioni e votato dunque ad un pessimismo generalizzato».
In conclusione?
«In pratica, adottare la “percezione” come fosse verità oggettiva, significa indulgere ad una inclinazione fra le più inopportune della natura umana, quella che spinge la maggioranza di noi a vivere nella “tranquilla disperazione” che Thoreau aveva già intuito un secolo e mezzo fa».