Ecco perché tifiamo Malabarba

(...) Ma, ancor oggi, Haidi non è senatrice, come avrebbero voluto lei, Rifondazione e Malabarba. È una storia che merita di essere raccontata, ricca di colpi di scena, e di cui il Giornale racconterà anche tutte le prossime puntate. Innanzitutto, l’appuntamento del 20 luglio, fissato prima ancora che le urne si aprissero. È saltato una prima volta perchè il 20 all’ordine del giorno del Senato c’erano solo le dimissioni di Malabarba e quindi c’era il rischio che la seduta andasse deserta. Quindi il voto è stato anticipato al giorno precedente, il 19 luglio, alle 21,04, quando il vicepresidente di turno del Senato Roberto Calderoli ha aperto la discussione. Malabarba ha fatto un lungo discorso, molto ispirato, ricco di retorica e di enfasi, con tanto di santificazione del 20 luglio, data della morte di Carlo Giuliani. Al che Francesco Storace, di An, è sbottato: «Oggi è il giorno di Borsellino!». Ma lui, Gigi, niente: «Una donna straordinaria, Haidi Gaggio Giuliani, mi ha fatto l’onore di accettare questa staffetta con me e la voglio ringraziare per questo bellissimo regalo». E, stavolta, è toccato all’azzurro Asciutti lasciare sul resoconto parlamentare un: «Viva i Carabinieri!». Quindi, Malabarba ha ripreso il suo discorso spiegando: «La mia politica non coincide con il Palazzo. Personalmente, torno alla mia condizione di operaio della Fiat. Lo stabilimento Alfa Romeo di Arese in cui lavoravo è stato chiuso definitivamente poco tempo fa e sarò collocato in mobilità come gli altri miei compagni di lavoro, ma non vorrei apparire populista e demagogico, dato che dispongo di relazioni politiche e sociali assai privilegiate rispetto a chi, perso quel lavoro, avrà solo un sussidio, senza altro paracadute; è bene ricordarlo. Il mio vuole essere, tuttavia, un piccolo segnale di normalità e non certo di eroismo del tutto fuori luogo».
Su, su, in un crescendo più rosso che rossiniano fino alla richiesta finale di votare subito a favore delle sue dimissioni e dell’ingresso immediato in Senato di Haidi Giuliani, superando il «voto di cortesia» che vede, solitamente, bocciare le dimissioni di un parlamentare la prima volta che vengono presentate. Ma nè il suo appello, nè quello - teso ad ottenere lo stesso risultato - del presidente dei senatori bertinottiani Giovanni Russo Spena, hanno avuto buon esito e, pochi minuti dopo, il vicepresidente Calderoli ha annunciato l’esito della votazione a scrutinio segreto: «Il Senato non approva». Per la cronaca, su 284 senatori votanti, 119 si sono espressi a favore delle dimissioni di Malabarba; 163 hanno votato contro e 2 si sono astenuti.
Dieci giorni dopo, il 29 luglio, alle 18,23, è toccato al presidente del Senato Franco Marini dichiarare aperto il dibattito sulle dimissioni di senatori. In questo caso, il voto su Malabarba si è sommato a quello sulle dimissioni di altri sette parlamentari, ministri e sottosegretari. Tutte respinte. Nel dibattito sono intervenuti, per motivare il loro voto contrario o per tutelare il segreto del voto, il leader democristiano Gianfranco Rotondi, gli azzurri Gaetano Quagliariello e Paolo Guzzanti, il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga e il leghista Piergiorgio Stiffoni. Risultato: dimissioni nuovamente respinte. E, questa volta, il «voto di cortesia» non c’entrava nulla. Anzi, mai votazione fu più politica. Addirittura, nel caso di Malabarba, i voti favorevoli alle sue dimissioni sono stati molto meno di quelli degli altri sette colleghi interessati; votanti 306; favorevoli 130; contrari 170; astenuti 6. Per fare entrare Haidi Giuliani in Senato, ne sarebbero serviti 154 a favore. E, quindi, «il Senato non approva».
Ora, Malabarba per spaventare i suoi colleghi di coalizione e soprattutto Romano Prodi, che basa la sua maggioranza in Senato su uno o due voti, minaccia di disertare Palazzo Madama (cosa che non ha mai fatto) per costringere i suoi colleghi a votare a favore delle dimissioni. Ma, al momento, il suo addio e l’ingresso di Haidi in Senato sembrano ancora lontanissimi. Se non altro perchè la prossima seduta di Palazzo Madama è fissata per il 19 settembre. E non ha all’ordine del giorno le dimissioni del senatore di Rifondazione.
Comunque vada, noi - su queste pagine - seguiremo la vicenda fino in fondo. Facendo il tifo perchè Malabarba resti senatore tutta la legislatura. Crediamo che Carlo Giuliani meriti una preghiera, per chi ci crede, o comunque il rispetto e la pietas che si deve a tutti i morti. Non la santificazione postuma. Non un cippo del Comune. E nemmeno una mamma senatrice della Repubblica.