Ecco perché tutti i reazionari odiano gli anni Ottanta

Nessuno dei due ha mai indossato un vero Moncler. Questa sera però fa freddo e sono passati parecchi anni. Il Cupolone è l’unica cosa illuminata che si vede all’orizzonte. Il resto è buio, anche Roma sembra più dimessa. Forse è colpa della crisi, forse siamo solo un po’ più vecchi. Nicola Lagioia te ne aveva parlato qualche tempo fa: «Sai, sto scrivendo un romanzo sugli anni Ottanta». Ora è qui. Si chiama Riportando tutto a casa (Einaudi, pagg. 288, euro 20) e qualcuno lo ha definito un romanzo di formazione di quelli che sono invecchiati senza giocare, che sono rimasti in tribuna ad aspettare qualcosa di nuovo, il postmoderno, le riforme, un’Italia meno immobile, uno straccio d’identità, una mappa, un futuro, magari la gloria e un po’ di potere. Non è successo quasi nulla. Quasi per caso ti ritrovi a raccontare a Nicola un’altra generazione, quella post-napoleonica, quella di Balzac, Hugo, Stendhal o de Musset, che nelle Confessioni di un figlio del secolo si definiva «troppo giovane per Napoleone e troppo vecchio per i fuochi del ’48». Anche loro erano stanchi dei Barras e dei reduci della Rivoluzione, questi fantasmi che si aggiravano come sacerdoti del «passato che non passa», ex rivoluzionari che ingabbiano tutto ciò che viene dopo in una morsa paralizzante. Nell’estate del 1828 uscì a Parigi un pamphlet di un ginevrino trentenne. Il titolo era De la gérontocratie. L’autore si chiamava James Fazy, e scriveva: «Che straordinario istinto di dominazione muoveva dunque la turbolenta generazione dell’89. Essa ha cominciato con l’interdire i propri padri, e finisce con il diseredare i propri figli. Il risultato è una Francia concentrata e rimpicciolita in sette-ottomila individui “eleggibili”, ma asmatici, gottosi, paralitici, arteriosclerotici».

Lagioia scoppia a ridere: «Mi stai dicendo che Balzac, Hugo, Stendhal e gli altri sono figli degli anni Ottanta»?. Più o meno. È il guaio di chi si sente ibrido. Negli anni Ottanta il ’900 chiude le porte, tutto il resto è la ricerca di un altro secolo che stenta a farsi vedere, oppure siamo solo malati di nostalgia. Forse è davvero la nostalgia. Forse è colpa delle sale giochi che non ci sono più. Riportando tutto a casa è un modo per fare i conti con il proprio passato, con padri e madri, con quello che volevi essere e sei diventato, solo che gli dèi sono cattivi e quando vogliono punirti realizzano i tuoi sogni. Il guaio è che chi era adolescente negli anni Ottanta era convinto che tutto andasse bene, che il peggio era passato, che il futuro era una lunga strada in pianura. Qualcuno ha bluffato.

Nicola Lagioia questi conti li ha fatti. È tornato a casa. Sono le mille luci di Bari, l’ottimismo, le tv private, Colpo Grosso e Moana Pozzi, l’Aids che rompe, le ideologie che si scolorano, i videogame che rivoluzionano la realtà, Capitan Harlock, le rovesciate di Holly e Benji, la tragedia di Vermicino, gli ultimi fuochi delle Br e di corsa fino a quel novembre del 1989, quando il Muro fece crac e tutti pensarono che la storia era finita. Come scrive Lagioia fu il tempo in cui «un numero indefinito di minorenni si infilò due crocefissi e un paio di Clippers e scoprì il mondo. Ma mentre le ragazze e i ragazzi che si erano rotolati nudi dentro il fango sotto le tempeste elettriche di Jimi Hendrix avevano sperimentato la fiammata iniziale del fenomeno, a noi toccò il cadavere vestito a festa. Erano i tempi dei teen movie per futuri dirigenti d’azienda e dell’assurdo carrozzone di Usa for Africa. Qualcosa di morto arroventava i tramonti delle nostre città, e più era morto più pretendeva il contrario e si riempiva di lustrini».

Quando i lustrini sono finiti per un attimo ci siamo sentiti tutti zombie. Non era così. Abbiamo solo visto un mondo marcio andare in frantumi e rotolarsi per terra. Erano gli ultimi fuochi del ’900. Ma è lì, in quegli anni, che ci sono le tracce del nostro futuro. È da lì che tutto ricomincia. La prova? Tutti i reazionari odiano gli anni Ottanta.