Ecco perché tutti gli intellettuali scelgono la sinistra

di Luigi Marco Bassani*
David Mamet con la sua autobiografia ha ripudiato la dimora naturale di ogni scrittore, accademico e artista: la sinistra. Uscirne significa abbandonare Camelot e rinunciare al dono dell’intelligenza. Il «tipo umano» cui appartiene Mamet, l’intellettuale di professione, da almeno un secolo e mezzo ha scelto la sinistra, e il suo mestiere è generare capi d’imputazione nei confronti del capitalismo. Come affermava Joseph Schumpeter, infatti, l’accusa cambia nel tempo, ma il capitalismo è destinato a essere sempre sul banco degli imputati. È facile prevedere allora che la parte più indigesta del libro di Mamet sia proprio la difesa del libero mercato. Perché nella divisione del lavoro che ha preso piede da decenni ad alcuni spetta creare ricchezza, gli intellettuali se possono la consumano, ma hanno un compito diverso: denunciare i guasti prodotti dal mercato. In una lettera a Ludwig Kugelmann del 1868, Marx muoveva il più alto atto d’accusa contro la società borghese e il suo sistema economico: «Il problema della società borghese è che essa non ha il controllo della produzione». Cioè, la riproduzione delle condizioni materiali della sua esistenza sfugge al suo potere. In questo si riassumono ancor oggi tutte le critiche al sistema di mercato: un sistema non governato dagli uomini, ma dal capitale. Gli intellettuali possiedono, tuttavia, i mezzi per dominare il capitalismo, renderlo meno iniquo o ribaltare i rapporti di produzione, secondo la radicalità del momento storico o delle preferenze personali, ma non possono assecondare la cecità del capitale, perché ciò vorrebbe dire rinunciare alla razionalità. Il mito del controllo, del dominio cosciente e del progetto razionale (in breve, la preferenza per le decisioni delle illuminate burocrazie pubbliche rispetto a quelle di milioni di individui sul libero mercato) non hanno mai abbandonato liberal e socialisti. Il comunismo non è stata la cura, ma gli intellettuali devono trovare una terapia nei confronti di quella malattia che è il mercato. La sinistra è la loro terra promessa, perché solo chi conosce e studia può essere in grado di condurre la società verso la meta di un governo cosciente della natura. Il «controllo» è quindi la chiave per comprendere l’appeal liberal e socialista: controllo sulla produzione, il che significa dominio sulla società e dunque comando e governo sugli altri uomini. In una parola, potere. A fronte di ciò, i pochi difensori del capitalismo offrono qualcosa di poco attraente: l’idea di una società che va avanti da sé, in cui le volontà dei milioni di persone interagiscano liberamente sul mercato e il ruolo delle burocrazie pubbliche sia almeno ridimensionato. Una società in cui gli intellettuali non solo perderebbero prestigio e preminenza, ma dovrebbero trovare nelle preferenze dei «consumatori di cultura» i mezzi per sbarcare il lunario. Se si aggiunge che oggi spesso proprio chi più propala odio per il mercato viene ripagato in termini monetari, gli incentivi a sostenere la moralità del capitalismo sono pari a zero. Fuori dalla corte di Re Artù, nel suo Paese David Mamet mostra di aver trovato comunque qualcosa di solido cui aggrapparsi. Governo limitato, difesa del libero mercato, dei diritti individuali e della proprietà privata non sono mai stati, in America, del tutto eclissati dalla mentalità anticapitalista prevalente. Anzi, a livello popolare, gli indici di gradimento nei confronti di un sistema che crea costantemente ricchezza e ne brucia eccezionalmente una frazioncina, sono sempre stati altissimi. In Europa, e massimamente in Italia, un intellettuale che abbandonasse la propria casa madre politica troverebbe il vuoto pneumatico. Perché non sono solo gli intellettuali a credere nella sinistra, è anche la sinistra a credere nell’intelletto e nei suoi prodotti, le idee. Certo, idee perverse e che alla fine recideranno il ramo su cui siamo seduti, ma pur sempre idee. Al contrario, la controparte della sinistra, alle idee non ha mai neanche finto di credere. E se è vero - come dice Keynes - che le idee sono pericolose e gli interessi no, il tasso di pericolosità della «destra» è pari a zero. La battaglia politica sarà pure solo scontro per il potere, ma ha bisogno di munizioni. E, nonostante tutte le smentite della storia, la sinistra, proprio vellicando gli intellettuali, riempie sempre i propri arsenali.
* docente di Storia del pensiero politico contemporaneo
all’Università Statale di Milano