Ecco il «pirandellismo» restituito al vaudeville

Massimo Castri firma la nuova versione della commedia «Così è (se vi pare)»

«È stato un grande successo, non dico per gli applausi, ma per lo sconcerto e l’intontimento e l’esasperazione e lo sgomento diabolicamente cagionati al pubblico. Quanto ci ho goduto!» Seduto in platea, silenzioso in mezzo alla mischia, Pirandello ha visto la prima rappresentazione della sua commedia Così è (se vi pare) data all’Olympia di Milano il 18 giugno del ’17 e se ne rallegra. Vi aveva lavorato nei mesi subito precedenti, riadattando per le scene una novella intitolata La signora Frola e il signor Ponza, suo genero che ora, nella nuova forma offertale dall’autore, pareva quanto mai adatta a esprimere quell’ambiguità di fondo della realtà - e dell’identità personale - che rappresenta uno degli snodi più significativi della sua produzione. Non è un caso che questa «parabola» semiseria dove si cerca di fare luce su chi sia realmente la moglie del nuovo segretario di Prefettura di un piccola città di provincia - e cioè se abbia ragione la signora Frola nel sostenere che si tratta di sua figlia o sia nel giusto, invece, il signor Ponza che spiega di aver sposato la donna in seconde nozze dopo essere rimasto vedevo della prima moglie, appunto la defunta figlia della signora Frola - venne considerata a lungo il manifesto del «pirandellismo». E ciò le costò spesso allestimenti miopi, filosofeggianti, ingessati. Non che qui il grande drammaturgo siciliano risparmi al pubblico le sue contorsioni speculative (affidate al commentatore di turno, il «ragionatore» Laudisi), ma va detto che buona parte del testo è, viceversa, un vaudeville costruito sull’asfissia del pettegolezzo. E proprio su questo registro grottesco sembra insistere la messinscena firmata da Massimo Castri, un regista che di Pirandello se ne intende (Vestire gli ignudi, La ragione degli altri, Il piacere dell’onestà sono alcuni dei titoli diretti a partire dalla metà anni ’70) e che già nella stagione ’79/80 aveva lavorato su Così è (se vi pare) consegnando alle scene uno spettacolo intriso di declinazioni esistenzialiste e premiato con l’Ubu. Adesso Castri torna a quel labirinto di verità/falsità e lo affronta con uno sguardo diverso, complici le circostanze «pedagogiche» di un progetto nato come approdo di un corso di perfezionamento per attori promosso da Emilia Romagna Teatro e l’Arena del Sole di Bologna. L’esigenza concreta di guidare dei giovani attori (tra gli altri, Diana Hobel/Signora Frola, Rosario Lisma/signor Ponza e Michel Di Giacomo/Laudisi) dentro le viscere del sottotesto e la disponibilità di tempi lunghi di gestazione/elaborazione si impongono perciò come elementi non secondari di questa operazione. Dove le dubbiose domande del testo si stemperano tra balli in maschera, turbinoso via vai di personaggi, ritmi serrati e distillato umorismo.
Al Quirino da questa sera al 24 febbraio.