Ecco la pista che gli investigatori hanno sempre scartato

Nella palazzina di via Diaz, subito dopo il delitto, un uomo di colore è stato visto dai primi soccorritori, ma non è mai stato identificato

Felice Manti - Edoardo Montolli

Milano - Il processo per la strage dell’11 dicembre si riapre con un vero e proprio mistero legato alle testimonianze in aula dei primi soccorritori, Glauco Bartesaghi e Vittorio Ballabio e della moglie di quest’ultimo, Monica Mengacci. Si tratta cioè della possibile presenza, nel palazzo di via Diaz, di un uomo di colore mai identificato. Un uomo, forse siriano, di certo evidentemente di carnagione olivastra, trovato oltre la porta d’ingresso dello stabile proprio da Bartesaghi, ma che non dovrebbe essere Abdelkarim Khalouf, il siriano del piano di sotto proprio perché la Mengacci lo vide uscire insieme a moglie e due figli («in braccio, avvolti nelle coperte») mentre suo marito e Bartesaghi erano nella palazzina a prestare i primi soccorsi. E da quanto risulta ad oggi a il Giornale, Khaoluf mai ha dichiarato ai carabinieri di essere tornato indietro, né di aver avuto ospiti in casa quella sera. E mai, perfino, in diversi interrogatori, ha detto di aver incontrato Bartesaghi all’uscita e di avergli prestato il cellulare per chiamare il 115. Circostanza confermata ai carabinieri, ai magistrati e successivamente in aula invece dal vigile del fuoco volontario e dalla moglie, l’avvocato Claudia Canali. Possibile che Khalouf, in tutte le testimonianze da lui rese, si sia dimenticato di particolari così importanti, e cioè di essere tornato indietro e di aver prestato un telefonino ai soccorritori, pur avendo fornito agli inquirenti dettagliatissimi particolari di ciò che vide e sentì la sera dell’11 dicembre? È possibile che l’abbia dimenticato in ben quattro interrogatori nei quali ha aggiunto via via sempre più particolari? Vien davvero da pensare che l’extracomunitario incontrato da Bartesaghi non fosse lui, che infatti dichiarò sempre di essere scappato insieme a moglie e figli (come ha confermato la Mengacci) non appena un ragazzo sulla trentina bussò alla finestra della sua cucina. Ossia mentre Ballabio e Bartesaghi erano ancora al piano di sopra ad aiutare Frigerio: tanto che Ballabio, all’uscita dalla palazzina, bussò invano alla sua porta di casa.

Tantomeno risultavano ospiti in casa di Pietro Ramon, l’unico altro inquilino del palazzo. E allora, chi è quell’uomo, lì a pochi minuti dal massacro, ancor prima che Mario Frigerio, l’unico superstite della strage, venga portato in ospedale? Né Olindo né Rosa confessarono di aver mai incrociato qualcuno all’uscita del palazzo, né di essere stati aiutati da qualcun altro. Ma il particolare di una persona estranea nei pressi della scena del crimine è ancor più inquietante se messa in relazione con la prima testimonianza resa proprio da Frigerio, che il 15 dicembre 2006 raccontò di essere stato aggredito da un uomo alto, dai capelli neri, con gli occhi scuri. E, soprattutto, di carnagione olivastra. Dove sarebbe finito il misterioso extracomunitario? Se così fosse, e se si trattasse veramente di una persona diversa da Khalouf, questa persona avrebbe sentito tutto, avrebbe visto tutto, o avrebbe pure partecipato al massacro? Forse proprio su questa singolarissima incongruenza emersa dagli interrogatori e dalle testimonianze in aula, la difesa di Olindo Romano e Rosa Bazzi, dopo la ritrattazione delle loro confessioni, potrebbe puntare per far riportare l’attenzione di giornali e opinione pubblica su una vecchia pista investigativa: quella di una vendetta trasversale, maturata all’epoca dell’ultima, drammatica, detenzione di Azouz Marzouk nel carcere di Como. Di certo, soltanto la testimonianza in aula di Khalouf potrà fugare ogni dubbio, o confermare una circostanza che avrebbe risvolti davvero imprevisti.