Ecco la prova che il referendum è un trucco

Viviamo in un contesto che ci ha da troppi anni abituati alle parole messe lì giusto per dire qualcosa, alle parole non pesate, alle affermazioni non dimostrate, e anche alle affermazioni seguite, subito dopo, dalle loro contrarie. Uno che eccelle in questa pratica - ho potuto più volte appurare - è l’onorevole Fassino. Per esempio, l’ho ascoltato dichiarare che «non andare a votare al referendum è un trucco» e, se lo stile non è acqua, sarebbe vano attendersi che Fassino dimostri la sua affermazione. Se mi è concesso, ne faccio ora una io, ma la dimostro. Ecco qua: è il referendum a essere un trucco. Che ve ne pare?
Dimostrazione del trucco. Se ad un referendum abrogativo su 100 elettori vanno a votare 26 e votano tutti «sì», la legge non viene abrogata. Ma - ecco il paradosso - se a questi si aggiungono 25 elettori che votano «no», la legge viene abrogata. Insomma 26 sì contano meno di 26 sì più 25 no. Di più: anche se andassero a votare in 50, tutti «sì», la legge non verrebbe abrogata, e 50 sì conterebbero meno di 26 sì e 25 no. I costituzionalisti potranno discettare quanto vogliono, ma non contro l’aritmetica.
Non potendo vincere contro l’aritmetica, qualcuno vorrebbe mettere in gattabuia chi suggerisce di non andare a votare, rifiutandosi di ammettere che la sfida di costoro è che siano i fautori dell’abrogazione a dimostrare di essere maggioranza nel Paese. Qualcun altro - è il caso di Fassino - sperando, lui sì, di vincere col trucco (quello appena dimostrato), non si accontenta di propagandare i 4 sì, e a chi non vuole abrogare la legge strilla: «Dovete lasciare scheda bianca!». Non le sembra un po’ troppo, onorevole Fassino, pretendere di dare lezioni di comportamento anche a chi non condivide i suoi 4 sì?
Massimo Teodori ha scritto che l’eugenetica è un pretesto, e rassicura gli italiani: «La vittoria dei sì non aprirà la strada all’eugenetica». Chiedo scusa, ma perché mai? Trovo la sua sicurezza un arbitrario mistero: il comma 3 dell’articolo 14 verrebbe trasformato, dopo le abrogazioni, nel seguente: «Qualora il trasferimento nell’utero degli embrioni non risulti possibile, è consentita la crioconservazione degli embrioni stessi». La frase che qui manca, quella che si vuole abrogare, specifica i limiti e il significato di quell’impossibilità. Senza quei limiti, l’impossibilità è vaga e potrebbe benissimo realizzarsi nella circostanza in cui la madre si rifiuti al trasferimento in utero per ragioni eugenetiche. Nulla lo impedirebbe. Anzi: si fa già. Chi è stato a contatto con bimbi down, sa quanto giocosi e affettuosi essi sono. Eppure già oggi, con l’indagine prenatale, c’è chi abortisce se il risultato di quell’indagine non soddisfa le attese. E se questa non è eugenetica, cos’è? E ha anche scritto, Teodori, che «confondere le 4 abrogazioni col via libera alla creazione di chimere è un equivoco». Teodori vorrà scusarmi di nuovo, ma la formazione di chimere è già pratica di regolare attività di ricerca: il via libera alla ricerca scientifica sugli embrioni umani senza i vincoli dell’attuale legge smetterebbe di escludere la formazione, da essi, di quelle chimere che Teodori dà a intendere di paventare.
Altri paventano che il fallimento del referendum rimetterebbe in discussione la legge sull’aborto. Magari così fosse! Forse su questo punto bisogna essere chiari, anche se non è politicamente corretto dirlo: l’aborto volontario è un raccapricciante omicidio. Abbiamo deciso di rimuovere la faccenda, ci siamo inventati i diritti della donna, la conquista di civiltà e tutto il resto, per placare - e ingannare - le nostre coscienze. Ma vi sfido a trovare uno scienziato, uno solo, disposto a negare quanto detto e che non ho esitazioni a ripetere: l’aborto volontario è un raccapricciante omicidio. Allora, dopo la sbronza libertaria di questi 30 anni, non sarebbe male, forse, ripensare a cosa caspita stiamo combinando. Forse lo spirito di questa legge (che per altre ragioni e in altri punti vorrei diversa), prima che l’embrione, tutela innanzitutto noi stessi dall’abbrutimento. Ecco perché - a costo di rischiare la galera, pare - non andrò a votare.