Ecco le prove ignorate dai pm che smontano il caso Cosentino

Massimo Malpica

Lo volevano arrestare, e ci sono vicini. Non si spiega altrimenti l’ostinazione della procura di Napoli nel respingere le continue richieste di chiarimenti avanzate dal sottosegretario Nicola Cosentino. Ecco le «prove» a discolpa esibite dal vice di Tremonti.

Voto di scambio. Secondo l’accusa Cosentino avrebbe ricevuto negli anni «agevolazioni elettorali» elargite da gruppi criminali del Casertano. A riprova di ciò si contesta al deputato un incremento massiccio di voti «mafiosi» allorché Cosentino si candida nel 1995 con Forza Italia. Confrontando però i dati elettorali si scopre che rispetto ai 1.800 voti presi con il Psdi nel 1990 nel «feudo camorristico» di Casal di Principe, alle Regionali di cinque anni dopo Cosentino otterrà un risultato speculare: «Prenderò solo 16 voti in più». E ancora. «Dalla lettura dei dati elettorali - scrive Cosentino in una memoria - un aspetto significativo emerge in relazione al Comune di Trentola Ducenta dove il sottoscritto riesce a raccogliere 555 preferenze. Di tal che se nelle dichiarazioni riportate nel periodico L’Espresso si legge che il solo collaboratore menzionato avrebbe fornito - per tale Comune - un apporto personale di circa 700 voti, davvero non si riesce a comprendere come il dato numerico riferito possa essere rapportato al risultato elettorale effettivamente conseguito».

Certificato antimafia. «Più risibili - continua Cosentino - appaiono i riferimenti calunniosi su presunti favoritismi ottenuti per il conseguimento di certificati antimafia» da parte del prefetto Stasi. «Dalla documentazione che si allega - scrive Cosentino - si evince come la Aversana Petroli abbia vinto il ricorso proposto al Tar e che il rilascio del certificato antimafia sia intervenuto proprio in conseguenza di tale esito positivo. Appare incontestabile che nessuna irregolarità e/o alcun favoritismo siano stati messi in campo in favore della Aversana Petroli poiché di essi non vi sarebbe stato bisogno alcuno».

L’inceneritore. Nell’inchiesta si fa riferimento a interessi di Cosentino per la costruzione di «impianti» (inceneritore e/o termovalorizzatore) a Santa Maria La Fossa. «Un’affermazione del genere - attacca il sottosegretario - desta raccapriccio. Si dimentica che io, in tempi non sospetti, ho praticato scioperi contro l’“impianto”».

Pentiti. Cosentino è sprezzante sul pentito che lo tira in ballo sui rifiuti. «Affermazioni assurde, a cominciare dalla fantomatica “busta” contenente gli arcinoti 50mila euro che avrei ricevuto da un imprenditore in “aria di camorra”...». A prescindere dal fatto che all’epoca dei fatti contestati non esisteva ancora l’euro («e sul punto la correzione effettuata “in corso di dichiarazione” dal pentito la dice lunga sulla “genuinità” della deposizione») il diretto interessato, e cioè Cosentino, ha annunciato querela per calunnia del collaboratore.

Monnezza e bugie. Restando ai rifiuti, «le dichiarazioni riferibili a un presunto “re” del business della “mondezza” sconcertano per le imprecisioni e le inverosimiglianze di cui sono emblematica dimostrazione», insiste il sottosegretario. Il pentito che le rilancia, oltre a riferire fatti e incontri a detta di Cosentino «mai verificatisi», opera dei rimandi cronologici «ai limiti dell’assurdo». Il numero due del ministero dell’Economia invita i pm «a effettuare accertamenti sui periodi di carcerazione dei soggetti chiamati in causa dal dichiarante per riscontrarne la inattendibilità» poiché gli «affiliati» che lui avrebbe incontrato erano tutti in galera. Tipo quel capoclan che Cosentino avrebbe incontrato per essere aiutato alle elezioni. Il pentito colloca l’aiuto prima agli anni ’80, poi si corregge e parla delle elezioni dell’aprile ’94. «Leggendo anche Gomorra - taglia corto il sottosegretario - ho scoperto che quel boss era stato arrestato nel ’93». Successivamente il pentito si corregge di nuovo, e dichiara «di aver conosciuto il sottoscritto tramite un conoscente del fratello dello stesso, nel 1992». Peccato che anche nel ’92 «quel soggetto era detenuto». Patetico, allora, «si rivela il tentativo di tirare in ballo il figlio del boss in relazione a presunti incontri avutisi negli anni 2002-2003. Ebbene, anche tale circostanza si rivela capziosa poiché dal 2000 il “rampollo” menzionato era parimenti detenuto».

Il consorzio. A proposito dell’influenza di Cosentino - richiamata da un altro pentito - esercitata nel consorzio Ce-2 nel 2002-2003, il sottosegretario ride per non piangere. «In quello specifico arco temporale, infatti, il consorzio in oggetto era politicamente controllato dal centrosinistra con membri del consiglio di amministrazione di nomina Ds. Basta controllare per rendersi conto della credibilità dei pentiti».
La centrale di Sparanise. «Similmente opinabile - prosegue Cosentino - appare il richiamo a presunti favoritismi ottenuti dall’ex ministro Marzano relativamente alla vicenda centrale di Sparanise. Mi limito a ricordare che la competenza in oggetto spettava alla Regione e che il ministro non aveva alcuna legittimazione in merito».
Il terreno. Quanto alla acquisizione di terreni da parte di soggetti vicini ai clan «non solo il sottoscritto non ricopre incarichi di gestione nell’azienda di famiglia, ma il terreno era vicino ai terreni già di proprietà della mia famiglia. Di tal che, è consuetudine invalsa che quando si vende un fondo ci si rivolga innanzitutto ai proprietari dei fondi limitrofi». L’atto fu sottoscritto nel 1993, il soggetto fu arrestato nel 1994: non lo potevo prevedere!». Cosentino chiude sui pentiti. «Si tratta, in tutta franchezza, di un epilogo che ingenera costernazione e raccapriccio: si può avere l’ardire di affermare e negare, accusare e ritrattare, narrare e rettificare, vaneggiare e poi smentire?».